Il giornalista Peppe (un racconto di Paride Leporace)


A nome e su invio di Paride Leporace, postiamo il suo intenso racconto, nella ricorrenza d’anniversario del giornalista Peppe D’Avanzo

*

IL GIORNALISTA PEPPE

I piedi giravano sui pedali con cadenza vorticosa. Ormai non vedevo nulla. Le macchie di verde ai lati della strada, gli sfondi di campagna e quelle lontane colline erano punti immobili, come delle cartoline illustrate. E i piedi giravano veloci come quando i polpastrelli battono serrati sulla tastiera del computer.

“Ma di cosa stiamo parlando. Dico, di cosa stiamo parlando?”. A casa di Peppe, giornalista d’inchiesta, il celebre regista cinematografico conosceva bene il numero. Peppe aveva un’altra verità da svelare. Quei venti estremisti di varia condizione anagrafica e diversa provenienza ideologica arrestati dalla procura di Cosenza per associazione sovversiva e attentato contro gli organi costituzionali con l’accusa di aver organizzato e coordinato quel gran macello del G8 di Genova, non avevano convinto per nulla un vecchio cronista come Peppe. “Ma di cosa stiamo parlando? Di qualche reduce di Autonomia e di qualche ragazzetto meridionale che si mettono a coordinare black-block. Ma per favore. Francesco Caruso che mette sotto il suo tallone tutti gli antagonisti planetari. Ma di chi stiamo parlando? Di che stiamo parlando? Parliamo invece dei signori del Ros.  E’ nei loro uffici che nasce questa brillante idea. Il generale, che con tono austroungarico dice al suo vice che tra Napoli e Genova ha operato un’associazione sovversiva, sottolinea che a Cosenza c’era una vecchia inchiesta, poi si ricorda del solito Francesco Cirillo che al telefono dice di tutto e di più, la riunione con quelli di Taranto dove c’erano infiltrati due carabinieri. Cirillo, una testa matta buona per ogni stagione L’idea allora è bella pronta. La Rete del Sud ribelle che assolda gli estremisti di tutto il mondo. I carabinieri intercettano, osservano, spiano, pedinano. Mettono insieme come vogliono frasi, dialoghi, eventi, luoghi. Un gioco molto semplice. Lavorare su mano viva a mano libera. A quel punto serviva soltanto un pm che prendesse sul serio una cabala induttiva fondata su teoremi e prove del piffero

Ma ora non correvo contro qualcuno. Un’insidia inattesa e inconsueta per il mio corpo enorme da ex rugbista. Ma ora non correvo contro qualcuno. Non era una meta. I piedi sembravano aspettare che arrivassero gli ultimi chilometri di quella corsa in bicicletta.

“Ma di cosa stiamo parlando?” e Paolo regista di successo era idealmente in prima fila nel salone di Peppe per capire come il suo amico giornalista si apprestasse a smontare le verità preconcette di quella clamorosa inchiesta giudiziaria che aveva terremotato di nuovo il movimento No global tricolore. Peppe non arretrava mai. Non si sarebbe consegnato alla velina data. Una storia complessa questa di casseur di periferia e rivoluzionari dai capelli grigi. Persino Mario Cervi e l’ambasciatore Romano si erano mostrati perplessi su quell’armamentario di reati d’opinione. Figurarsi Peppe. “Ma se il gip che firma l’ordinanza di custodia scrive che il reato di propaganda sovversiva è di difficile concreta applicazione. Roba da Ovra e da polizia di quel periodo. Le mail, le riunioni, e un pugno d’idealisti diventano un’associazione sovversiva”. Paolo ascoltandolo pensava che Peppe in fondo fosse un timido e non un presuntuoso. Un giornalista che preservava la curiosità, che poi, in quel mestiere, è la leva del mondo. Paolo pensava che Peppe fosse molto intelligente ma che fosse dotato di carisma, un carisma che avrebbe poi trasferito nell’autorevolezza delle parole. Parole incolonnate nell’articolo, che avrebbe svelato la storia più vicino possibile ad una verità plausibile su quelle venti persone indagate per i fatti di Genova e Napoli. “Io non so a chi siano utili questi arresti e il casino che ne deriva. Io non so se qualcuno tenta di mettere nuova benzina sul fuoco. Quello che io so, e che scriverò, che alti ufficiali dei carabinieri hanno raccolto intercettazioni e rapporti molto disparati tra loro: una rivendicazione giunta a Cosenza, una riunione dei Cobas, le telefonate di quelli che erano a Genova o a Napoli. Poi si sono messi a riunire il tutto. Confezionano un bel dossier di 980 pagine, ben 47 richiami di note, una bella copertina nera che per dossier riservato non guasta mai e si mettono in giro per le procure circa un anno e mezzo fa. Prima bussata a Genova, dove le inchieste del G8 sono già troppe. La morte di Giuliani, le devastazioni, la macelleria della Diaz. Figurati se prendevano per buone le prove di Cirillo con in mano una frasca. Risposta ai Ros: “Questo lavoro è inutilizzabile”. Gli alti ufficiali riferiscono al generale, e senza scomporsi cercano udienza dai magistrati di Torino. Non capisco in che appiglio di competenza territoriale sperassero. Ma anche quei magistrati letto il tomone nero rispondono: “Questa roba non serve a niente”. A questo punto caro Paolo, è tappa obbligata per gli ufficiali a molte stelle farsi un viaggio anche nella nostra Napoli e non solo per mangiarsi una buona pizza. Ma anche da quelle parti ci sono toghe non molto propense a prendere il librone. A Napoli hanno persino arrestato gli agenti della polizia per gli incidenti di marzo. A quel punto bussano alla porta giusta. Cosenza città che può incrociare gli anni Settanta con le vicende di oggi. I vertici della polizia locale hanno espresso perplessità sul reato associativo. Poi, chissà perché, la Digos licenzia un’informativa con l’accusa di attentato agli organi costituzionali per i loro controllati che hanno disturbato i vertici internazionali. Uno strano paese l’Italia, caro Paolo, magari un giorno ci giri un film dei tuoi su queste belle vicende”.

E poi la strada si aprì come una lunga prateria, una distesa infinita, un bianco abisso intravedevo sotto la palpebra. Mi sembrava di essere risucchiato oltre l’indefinito.

“Peppe ma secondo te Genova nei giorni del G8 che cosa è stato, che è accaduto?” plana cauta la domanda Paolo toccandosi la basetta. E Peppe lisciandosi i baffoni questa volta non doveva proferire il suo classico intercalare con: “Ma di cosa stiamo parlando?” perché quello che era accaduto a Genova durante il G8 per lui era stato molto chiaro. “Vedi Paolo, quando un costituzionalista come Valerio Onida ci ricorda che uno Stato democratico che vessa e maltratta le persone private della libertà non è uno Stato democratico, la questione è molto seria e riguarda tutti noi. Quando le forze dell’ordine commettono reati si distrugge la credibilità delle istituzioni. A Genova oltre la morte di Carlo Giuliani, è successo altro. I black block indisturbati, hanno distrutto la città in-di-stur-ba-ti, e questo è un fatto. Ma lasciamo stare. I gruppi scelti della Finanza per tutti il giorno picchiano donne, ragazzi, indifesi, vecchi con le braccia alzate. E poi? La Diaz. Un giornalista inglese, si chiama Mark, vede i poliziotti davanti al cancello della scuola ed estrae il tesserino con l’accredito. I celerini, senza pensarci un attimo, tradizionalmente davanti ad un giornalista si fermano, invece lo iniziano a picchiare selvaggiamente. In inglese gli gridano t’ammazziamo. Tutti i poliziotti ch’entrano nella Diaz gli regalano un calcio. Rimane per venti minuti in un angolo di strada con un’emorragia, interna, un polmone perforato, il polso spezzato, otto fratture alle costole, dieci denti di meno in bocca. Quando si è svegliato in ospedale lo hanno arrestato per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, concorso di detenzione in arma da guerra e associazione a delinquere. Paolo, la Diaz è stata una vicenda orrenda. I ragazzi che dormono ed alzano le mani impauriti. Ad una ragazza con un calcio le hanno aperto la testa come un melone. Tagliavano ciocche di capelli come trofei, quasi fossero dei serial killer come quel matto di Potenza che ha ucciso quella ragazzina che hanno trovato nella chiesa. Degli  83 arrestati alla Diaz ben 63 sono stati ricoverati, tre in prognosi riservata. E il giorno dopo il portavoce dal capo della polizia in conferenza stampa cosa ci viene a raccontare? Che nella Diaz c’erano quelli che avevano assaltato la polizia, che anche nella scuola li avevano attaccati, uno con un coltello, e poi ci mostrano le molotov che avevano sequestrato. Ho dovuto reprimere tutto e restare freddo per non urlargli ma di cosa stiamo parlando? Caro Paolo, come ben sai, stiamo parlando di accuse false e di ragioni inventate di sana pianta. Quei ragazzi non avevano assaltato nessuno. Non erano già feriti come è stato detto. E nella scuola non c’erano molotov perché quelle bottiglie incendiarie sono state ritrovate da tutt’altra parte e messe nella scuola per fabbricare false prove a discolpa della polizia. Perché caro Paolo in Italia si fa avanti un pericoloso “diritto di Polizia”. L’Italia ha bisogno di sapere se il giuramento alla Costituzione delle forze dell’ordine non sia un’impudente finzione. E ricorda Paolo, quando uno Stato si presenta nelle vesti di sbirro e carnefice, e noi del Sud le sappiamo bene queste cose, non ci vuole nulla che uno Stato possa diventare criminale. Se poi vuoi sapere, perché un bravo poliziotto come Gianni De Gennaro si sia messo alla testa di questa macelleria io una risposta non l’ho ancora trovata”. E Paolo pensoso rivolse lo sguardo verso la vetrata più lontana.

A poco a poco, pedalando, ritorno ad avvertire i signal del mio cuore, quel muscolo che contiene quel mio mondo interiore che non ho mai narrato e mi tornava in mente un passo di un racconto di Ermanno Rea: “Individualistico il Sud: ma guai a distinguersi e uscire dal gregge e ad apparire in una schietta luce di valore sul crinale frastagliato della vita”. Già, la vita.

E Paolo il regista nel suo salotto gli pose la domanda con insolita dolcezza nel solito salotto di casa sua: “Peppe ma tu sei un giornalista che non si fida mai del Potere?”. Peppe sorrise, prese fiato dopo aver aspirato una delle sue amate Marlboro rigorosamente rosse e rispose: “Vedi Paolo, un’inchiesta giornalistica è la paziente fatica di portare alla luce i fatti, di mostrarli nella loro forza incoercibile e nella loro durezza. Il buon giornalismo sa che i fatti non sono mai al sicuro nelle mani del Potere e se ne fa custode nell’interesse dell’opinione pubblica. L’opinione pubblica che il Potere volentieri metterebbe da parte. Paolo, è sempre stato in questo modo. Ne abbiamo parlato molto quando mi hai chiesto una mano per”Il divo” e ti portai dallo zio Giulio. Gladio e la P2 tutta una cosca. Si dovevano occupare dei russi e hanno sempre spiato le opposizioni. Fatti da rendere noti per capire quello che era accaduto nel nostro Paese anormale. Tangentopoli e le sue attese messianiche. Bel periodo, ma lavoravo con la consapevolezza che il dopo sarebbe stato peggio di prima. E comunque a Bologna e Firenze le procure furono molto caute. Sai, quando qualcuno mi associa al Potere giudiziario, mostra di non aver compreso molto di me. Non sono mai stato un giornalista al loro servizio. Mi fece riflettere molto Masino Buscetta quando disse a me e Scalfari, che colpo quell’intervista, la solita sarabanda di giudici contro giudici. Sai, c’è sempre qualcuno che si sente più Stato di altri. Ho cercato sempre di porre il monito sui giudici che devono far ordine in casa propria. Falcone era più Stato degli altri. Avevamo raggiunto un buon rapporto. I palermitani rosicavano per questa fiducia, forse anche Attilio, amichevolmente gli rodeva che un napoletano come me avesse capito e conquistato la Palermo di Falcone”. “Ma sconti non ne hai mai fatti? Alla tua parte politica, alle tue fonti privilegiate?” disse Paolo curioso come non mai. “Una notizia non è mai neutra. Serve sempre a qualcuno. Sei bravo se la gestisci con autorevolezza non perdendo le fonti. Quando con Carlo abbiamo svelato l’intrigo internazionale su Telekom in molti non si capacitavano sul fatto che Repubblica potesse aver disarticolato e rivelato uno dei peggiori guazzabugli del centrosinistra italiano. Dini aveva quasi l’ittero. Poi, con il tempo abbiamo fatto capire che su malefatte di sinistra, la destra a suo uso e consumo cercava di prender consenso con una strano personaggio come Igor Marini. E la macchina del fango è entrata nell’attualità politica ed è ancora là, grazie a questi camerieri prezzolati sempre al servizio del padrone. Ma come ben sai, certe questioni vanno oltre i nostri confini. Ancora godo quando penso all’ambasciatore russo che chiede al giornale la sospensione sull’inchiesta a puntate che sputtanava presente e passato di Putin. Certe cose non si dimenticano. La mia carriera è iniziata alla “Voce della Campania” controinformazione di sinistra. L’ideologia c’era, ma la documentazione dei fatti è sempre stata rigorosa. I capi mi chiedevano se avessi studiato Giurisprudenza considerato che andavo alla giudiziaria. Quando rispondevo Filosofia, restavano perplessi e mormoravano va bene proviamo. Ma poi sui pezzi che scrivevi non ti permettevano sviste né sui fatti e né sulla sintassi. Non ho mai dimenticato la gavetta da dove provenivo, anche quando ho smontato le tesi patriottiche dei giornali americani sull’Undici settembre. Vedi Paolo, in quell’occasione si sono messi nelle mani del Potere e hanno tradito i lettori. Io non sono buono per quei servizi. Io sento un folletto che ride dentro di me quando dimostro che un capo del Sismi come Pollari costruisce un dossier falso per giustificare la guerra in Iraq. Quella è gente che si salva con i segreti di Stato e che hanno amici che fanno circolare documenti a proprio favore nelle redazioni dei giornali. No Paolo, non mi piace il Potere con le sue lusinghe e le prebende. Mi piace fargli le scarpe. Per questo vorrei capire meglio quello che accadde al G8 a Genova. Ma mi mancano ancora degli elementi. Ho dato voce in rete per avere testimonianze e spunti. Forse ho sbagliato. Chissà che si aspettano. Magari che faccia un romanzo alla Luther Blisseth”. “Dai fai trapelare che si chiama G e che poi sarà un film”. “Ma fai il serio. La macchina del fango è tutto sommato la Società dello spettacolo. Ma di cosa stiamo parlando?” E si misero a ridere di gusto.

Brancolo sulla strada ubriaco di fatica. Nell’aria non sento più voci, solo un sibilo di vento. Trovo forza per urlare: “Attilio sto male”.

Paolo e Roberto passeggiano in un parco. Bambini giocano a pallone. Paolo sospira a mezza voce: “Mi sembra un brutto incubo”. Roberto scuote la testa e afferra i pensieri: “A me sembra che non sia successo davvero. Non mi capacito che non posso vederlo più o sentire il suo vocione al telefono. E’ banale dirlo, ma lascia un vuoto immenso. Lui, non sbatteva dati giudiziari in pagina, ma collegava, spiegava. Non si è mai accanito contro le persone. Cercava e spiegava verità”. Paolo annuisce, non vuole aggiungere altro ha quello che ha detto alla commemorazione funebre. Roberto invece ha voglia di parlare: “Cercava di essere invisibile. Non voleva mostrare il volto per lavorare meglio. Io invece, lo sai, cerco di ottenere visibilità per parlare a più persone possibili. Questo mi ha sempre fatto temere che questo ci allontanasse. Ma mi sbagliavo. Peppe era solo diffidente verso quello che non conosceva. E anche con me, voleva solo capire meglio per non sbagliare. Poi abbiamo cominciato a frequentarci. Andavo a casa sua, e tu sai com’era, parlare con lui era uno sballo. Quando non lo convincevi ti diceva quel e dai Robbè. Mi aveva molto sostenuto sulla questione della ‘ndrangheta in televisione. Non mollare mi diceva.

A pranzo mi faceva trovare la mozzarella. Lui, invece per antipasto mangiava le fragole, che tipo. E la passione per il rugby. Quando l’Italia in primavera aveva battuto la Francia al Flaminio non si poteva tenere. Ci faceva metafore sul rugby e sulle sue regole.   Poi, alla fine del pranzo, sigaro e si parlava di Napoli. Perché lo sai anche tu, se vieni da Napoli sarai sempre un regista napoletano. Io uno scrittore napoletano. Lui un giornalista napoletano. Sai mi è stato molto vicino quando le polemiche sulla vita blindata mi strangolavano. Andai a casa sua. Mi accolse con un bicchiere di vino in terrazza e la cagnolina Noce ai piedi. Mi fece sfogare accompagnando le mie parole con un “mmm” cadenzato che mi rassicurava. Hascritto uno dei suoi grandi articoli a mia difesa. E come lo dimentichi. Il suo ultimo messaggio era di affettuoso rimprovero perché non l’avevo salutato. Da Repubblica mi hanno chiesto un articolo sulla nostra amicizia per il libro dedicato alle sue inchieste. Lo sai come voglio chiuderlo? Scriverò il kaddish per lui lo reciterò il primo giorno della nuova Italia, perché quel giorno verrà, e’ ormai vicino. Anche grazie a Peppe”. Paolo lo guarda intenerito e si ricorda ancora una volta di quel vocione che bofonchia: “Ma di che stiamo parlando?”.

Su una bacheca di Facebook il 2 agosto 2011 alle 5,38 qualcuno scrive: Buona domenica a tutti. Un pensiero sentito  a Peppe D’Avanzo che tanto ha dato con passione antica.

Seguono 40 mi piace e sei commenti. L’ultimo è scritto da Giancarlo Tedeschi: “L’ho conosciuto, febbraio 1994, inviato di Repubblica ad Avigliano, campo neutro di Paganese-Brindisi, per capire e raccontare cosa e chi si nascondeva dietro quei “tifosi” della Paganese che erano stati capaci di far squalificare il campo (se ben ricordo) un anno con obbligo (disatteso) di giocare in campo neutro a porte chiuse. L’ho conosciuto, ma non riconosciuto, nonostante fosse già noto: mi chiese notizie su Avigliano, mi passò le formazioni delle squadre, poi andò in tribuna dove un gruppo di tifosi di Pagani aveva preso posto, mentre io andai nel gabbiotto dall’altra parte, e continuai a domandarmi chi fosse quella persona che aveva un viso noto ma che non riuscivo ad associare, in quel momento, a nessuno. Lo scoprii il giorno dopo, leggendo Repubblica. E rimasi di sasso, proprio come sabato nell’apprendere la notizia di una morte troppo precoce e profondamente ingiusta.

PARIDE LEPORACE

Annunci

THE HAMMER TOUCH


Gli amici Marco Fommei e Maurizio Pagni, di V-Idea, hanno condiviso oggi, dal loro canale youtube , il video per il brano THE HAMMER TOUCH.

Così ce lo racconta Marco: Il titolo del brano è THE HAMMER TOUCH, il cantante Sailormob, un progetto solista  di Massimiliano Amoroso. Le immagini s’ispirano dalle parole del brano. Una ballerina è prigioniera di uno strano essere dalle mani a martello. Ogni giorno lui colpisce con violenza le caviglie della ballerina, parti del corpo essenziali per danzare. Nonostante tutto lei riesce a muoversi, a seguire quelle onde sonore che la tengono in vita. Quando la musica termina, la ballerina chiude gli occhi, attendendo nuovamente quei martelli, che lei sa, le permettono, paradossalmente, di vivere e danzare.

Il tema, così descritto, è intrigante, e in video molto bello. A proposito di dipendenze, sottomissioni, prigionie e movimenti.

The dancer: Melissa Lohman
Mr Hammer: Flavio Arcangeli

Soggetto e sceneggiatura: Marco Fommei & Katia Titolo
Regia: Marco Fommei
Aiuto regia & montaggio: Maurizio Pagni
Visual FX: Marco Fommei
Color Correction: Andrea Santoro
Maschere & Costumi: Katia Titolo
Make-up: Marilena Alberto
Fotografa di scena: Annalisa Lino
Produzione: V-IDEA

(n.g., 29 luglio 2012)

L’educazione sentimentale degli uomini – L’oltreuomo


Che frustrazione questo articolo… ma, per par condicio, potremmo sempre parlare dell’educazione sentimentale di certi uomini (sinteticamente – senza generalizzare – con lo stesso spirito):

1/5 anni – La madre
Il maschio che durante i primi anni della sua vita sarà visto dal padre come un rivale, da lui apprenderà come poter meglio esercitare il senso del possesso sulla madre.
5/10 – Le compagne
Fin dalle elementari questo tipo di maschio penserà a quanto può sembrare spiritoso alzare le gonnelline delle femminucce per vedere le loro mutandine, cominciando a ricevere le prime sberle.
11/15 – La nascita della tragedia
Pensando che le danze abbiano inizio, il suddetto ragazzo crederà di attirare le ragazze facendo impennare lo scooter (e rovinando sul selciato): non riuscirà mai ad uscire con la più bella – e intelligente – della classe.

15/20 – L’adolescenza
Troppo preso dai videogiochi le birre e qualche canna, diventato uomo, comincerà ad avere i primi problemi di “potenza” e a considerare tutte le donne delle troie solo perché non lo “cagano”.
20/25 – La redenzione
Giunto all’università penserà allo studio (oltre alla musica e allo sport) per migliorare la propria posizione sociale, ma vedrà sempre la donna ottenere i risultati migliori.
25/30 – Riparacoglioni
Rendendosi conto che alla donna che a lui piace non gliene può fregare di meno della sua bella macchina, si sentirà costretto a rapporti mercenari per risollevare il suo “ego” (ed evitare ulteriori coinvolgimenti sentimentali).
30/40 – La dinastia
Cominciando a notare una certa decadenza, vorrà quanto prima un erede a cui mettere il suo cognome (senza essere a conoscenza che si potrà avere anche quello materno)
40/50 – Una nuova giovinezza
Arrivato agli anta – soprattutto nel caso in cui, essendosi sposato, abbia una moglie bisognosa di cure mediche – farà in modo di venire lasciato per “tradimento”, ma si lamenterà del fatto che i suoi figli pretendono di continuare a essere mantenuti come se fosse ancora il loro padre.
50/60 – La caduta
La giovane compagna si renderà conto che con lui non potrà avere un futuro sereno (in quanto troppo pesante il suo vittimismo nei confronti della ex), e lo abbandonerà.
60/100 – La saggezza
Fantasticherà sulla sua dipartita, vantandosi delle passate “conquiste” – inesistenti – che accorreranno al suo capezzale, ma immaginerà con terrore di essere divorato da vermi come lui.

Betta

L’oltreuomo: http://oltreuomo.com/

L’educazione sentimentale delle donne – L’oltreuomo


«La donna? Solo il diavolo sa cos’è» scriveva Tolstojevskij nei fratelli Merdarazov. Peccato che lo scrittore norvegese sia vissuto nel ’600 e non abbia avuto la fortuna di leggere questo blog. Voi parameci invece avete la botta di culo di vivere nell’epoca dell’Oltreuomo, che tanto vi ha rivelato sull’esemplare femmina e tanto ancora vi rivelerà. Oggi parleremo dell’educazione sentimentale delle donne: citando l’illustre romanziere spagnolo Flaubert percorreremo le tappe d’innamoramento dalla nascita alla morte, passando dalla menopausa ai noduli al seno. Silenzio in classe, la lezione comincia.

1/5 anni – Il padre

Quel grande cocainomane di Freud qualcosa lo ha imbroccato. La femmina durante i primi anni della sua vita prova un’attrazione sessuale irrefrenabile nei confronti del Padre, e di conseguenza un desiderio irrefrenabile di fare a pezzi la madre per sostituirla. In realtà è tutto frenabile visto che è grande quanto una confezione di Fonzies da 20, e per fortuna col tempo sublima le sue pulsioni sessuali e aggressive in tenerezza verso i genitori, giusto giusto prima di arrivare all’età che ti permette di capire come provocare ferite che non si rimarginano con un coltello.

5/10 anni – I compagnucci

Ecco, la femmina comincia le elementari, le pulsioni sono momentaneamente sopite e nella piccola nasce un certo dualismo nei confronti dei compagni maschietti. Può nascere qualche amore, ma è più un’emulazione degli adulti.

11/15 anni – La nascita della tragedia

Le danze cominciano. Le mesture arrivano e con loro l’interessamento della femmina nei confronti dei maschi. All’inizio di questa fase si limona duro; beneficiari i ragazzi un po’ più grandi con il motorino che fa tanto 883 e le migliori amiche attraverso le quali affinare le tecniche del mulinello, spatola, ecc.. Verso la fine la ragazza viene sverginata dal classico tamarro di paese: ignorante, arrogante, forte a calcio, peloso.

15/20 anni – L’adolescenza

Con la prevedibilità di un Pokemon la donna si evolve in troia. Il nuovo stato è ormai completamente sviluppato. Il partner ideale continua ad essere l’ignorante del paese, il cannato o il mini PR della discoteca della domenica. Comincia il periodo degli aborti, numerosi e mai banali. Molto spesso in questo lustro la donna instaura una relazione fissa di circa un annetto, ma poco dopo ritorna single. É attratta dal ribelle che vive secondo le sue regole, si irrita il pube sperimentando diverse tecniche per rasarsela, provoca infarti al padre e si pasticcia la faccia con il trucco ottenendo inconsapevolmente capolavori di Jackson Pollock sul muso.

20/25 anni – La redenzione

Sono giunti gli anni dell’università. I suoi vecchi partner ideali ormai sono pelati, grassi e lavorano in fabbrica da due anni. La donna è furba e li abbandona. Si sente redenta, intellettuale, radical chic. Adesso i suoi possibili partner hanno un nuovo profilo: colti, brillanti, romantici, universitari; tutti soggetti che al liceo non cagava. I poveri cristi ci cascano, ritrovandosi accanto un’automobile usata di trentasettesima mano. É il periodo della grande conversione, una conversione di facciata in realtà; la donna continua ad essere troia ma cura la sua immagine sociale. Una vocina dentro le sussurra che deve sposarsi.

25/30 anni – Rompicoglioni

Il ragazzo colto e romantico dei vent’anni viene abbandonato perché incastrato in un dottorato senza borsa. La donna è furba. Cambia di nuovo profilo; adesso ricerca diplomati che si sono trasformati in Yuppie vendendo tastiere wireless a provvigione. Vive aspettando le vacanze alle Canarie, comincia a fantasticare su qualche marmocchio da sfornare. Rompe i coglioni. Lo sdoppiamento della personalità cominciato a vent’anni si evolve ulteriormente: diventa moralista ed ancora più troia. Il culo comincia a cadere, i fianchi si allargano, reprime violentemente le sue pulsioni di puttana per la paura di venire scoperta e conseguentemente lasciata: non posso restare single, chi mi vorrà più a quest’età?

30/40 anni – La dinastia

Mantiene il ragazzo del precedente lustro, al quale ammorba pesantemente i coglioni dalla mattina alla sera. Partorisce. Chiamerà il bambino Marco se di estrazione media, Elvis se di estrazione bassa o alta. Mangia come un’idrovora e si iscrive in palestra.

40/50 anni – Una nuova giovinezza

Arrivati gli «anta» una nuova rivoluzione. La menopausa si avvicina e il sistema ormonale abbatte le repressioni. Torna troia. Lascia il marito – al quale ciuccia casa alimenti, automobile e vita – e va a caccia di toy boy. Vuole carne giovane e seguendo l’esempio della Clerici passa Luglio ed Agosto a Capo Verde.

50/60 anni La caduta

I toy boy non riescono più a copulare con la vecchiarda e la nostra donna ormai cinquantenne si ritrova sola soletta. Le opzioni sono due: o ritorna dal marito in ginocchio ( che la manderà a fare in culo), o si cerca un povero vedovo disposto a dividere il cesso con lei.

60 – 100 anni La saggezza

Giunge la fine della vita sentimentale della donna. Dai sessant’anni in poi, dopo una media di 76 uomini diversi, 114 fellatio e 20000 handjob, non farà altro che ripetere alla nipotina che alla sua età non sapeva nemmeno che cos’erano quelle cose, che il mondo è sporco, che le donne di oggi sono tutte delle vacche. Tra le mani l’inseparabile rosario.

Dedicato a Loris.

L’oltreuomo: http://oltreuomo.com/

Domani la risposta di Betta.

La lettura privata di Giulio Marzaioli


Se tanto si può riflettere in merito alla questione della “lettura in pubblico” (vedi il precedente intervento), non meno si può considerare quante implicazioni celi l’effettivo – o non effettivo – esercizio della lettura privata di autori contemporanei, sia da parte del lettore/critico, che da parte degli autori stessi.
La proliferazione dell’offerta, specialmente nell’ambito della poesia, procura certamente difficoltà di orientamento. Da un lato la miriade di blog, dall’altro l’inclinazione alla dispersione e al “plaquettismo” (tendenza di molti autori a frammentare le proprie opere in pubblicazioni sempre più assottigliate) fanno sì che il lettore si trovi sommerso da una notevole quantità di titoli. E non agevolano la scelta eventuali bandelle o introduzioni, dal momento che la “voce” dell’autore è presentata quasi sempre o come la nuova voce della poesia italiana o come una delle più rappresentative e importanti della propria generazione (si dovrebbe gioire per l’incredibile quantità di nuove e importanti voci in letteratura).
Eppure, anche a fronte di tale magmatica congerie, si possono azzardare tentativi di approccio “sensibile“.

Un primo tentativo – che non risolve la questione della quantità, ma che proprio da questa viene spesso frustrato – potrebbe consistere semplicemente nell’attivazione della curiosità, nello spingere il proprio interesse ai limiti del proprio panorama di riferimento e inquadrare, attraverso la lettura privata, nuove prospettive. Nel fare ciò occorrerebbe mitigare la presunzione di “possedere una cultura” (presunzione decisamente priva di giustificazioni al cospetto delle tante e varie culture che meriterebbero di essere conosciute e che nondimeno spesso aleggia in vari interventi saggistici e/o critici in cui si tende a un certo riduzionismo in ragione dei propri parametri) ed evitare di far assurgere a leggi di proscrizione i propri gusti.
Una volta ampliato il raggio della propria visuale, perché l’interesse non scemi a causa della vastità del campo ottico, si potrebbe mettere a fuoco ciò che sembra più interessante o innovativo o meditato (insomma ciò che sembra meritare un investimento ulteriore del proprio tempo). A tale proposito, suonerà banale, ma lo sforzo di trovare in qualsiasi testo “qualcosa di buono” (pessima espressione se non utilizzata in ambito gastronomico), magari per ragioni di prossimità o convenienza, provoca una serie di conseguenze per cui anche ciò che è pessimo potrà (potrebbe) risultare buono.
Se a una prima lettura affiora tale considerazione, la conseguenza più ovvia dovrebbe essere quella di non approfondire oltre. Anche in questo caso l’ovvietà viene talvolta smentita dalla prassi, allorché capita di ascoltare giudizi negativi su un libro che viene poi lodato dalla stessa persona in sede di recensione. Tale distorsione comporta come effetto ulteriore che anche le recensioni o segnalazioni, che potrebbero e dovrebbero equivalere a suggerimenti di lettura, debbano essere attentamente filtrate dalla propria, eventuale, esperienza, onde non mal-capitare a nostra insaputa all’interno di una invisibile ragnatela di rapporti e scambi di favore che in quella segnalazione o recensione trovano uno dei tanti punti di tessitura.
Nel caso in cui, invece, il proprio interesse venga riscosso a un prima lettura, trattandosi di lettore critico (lettore, critico o autore) sarebbe opportuno tornare a leggere con attenzione. È frequente, infatti, che a una valutazione, sia pure positiva, di un testo segua una totale amnesia rispetto al medesimo testo e che questo, riletto o riascoltato dopo un certo lasso di tempo, suoni addirittura come inedito. Anche nell’ambito di una scrittura che per definizione non è di largo e istantaneo consumo c’è infatti la tendenza a far “scadere” i libri a pochi mesi dalla loro uscita.
Oltre a un ottimo stimolante per la memoria, l’attenzione è anche un valido antidoto per evitare approssimazioni e/o generalizzazioni. È ancora da vari esempi offerti nell’ambito dell’attività critica o del presunto dibattito culturale che emerge una certa superficialità proprio quando la vis polemica dovrebbe affondare lame affilate per risultare davvero pungente. E invece si appalesano abbagli o ignoranze proprio laddove si punta l’indice e dove, quindi, la mira dovrebbe essere pressoché perfetta.
Tale imbarazzante deriva viene talvolta ravvisata in rete, dove spesso può essere ricondotta al micidiale meccanismo del thread di commenti (che risponde a regole di immediatezza e icasticità contrarie alla profondità di lettura che dovrebbe essere sottesa a qualsivoglia argomentazione di stampo critico-estetico) o su carta, allorché l’enfasi spesa nel sostenere le proprie ragioni e la volontà di affermarle può prevalere sul senso di responsabilità che dovrebbe sempre accompagnare chi ha la possibilità di rivolgersi a un pubblico.
Così non di rado il commento in rete prescinde dal testo cui si riferisce (che, alle volte, si ha l’impressione non venga minimamente letto) e viene infettato dai livori del momento; d’altro canto l’intervento polemico spesso rivela scarsa attenzione per l’oggetto in esame, i cui contorni vengono grossolanamente piegati a somiglianza della propria tesi.
L’assenza di curiosità e attenzione, la presunzione di conoscenza e l’assuefazione a una forma distorta di dialogo sono elementi così radicati nell’approccio alla lettura dei contemporanei (almeno stando a quanto spesso traspare da ciò che viene scritto su ciò che viene letto) che raramente vengono stigmatizzati. Ciò valga anche e soprattutto per chi si dedica alla scrittura, la cui pratica non può in alcun modo sottrarsi a un confronto profondo sia con le scritture che l’hanno preceduta sia con le scritture che nello stesso tempo concorrono a delineare la così detta “scena contemporanea”.
Per contro, la curiosità, l’attenzione, il confronto, l’assenza di presunzione sono enzimi che, tanto nel lettore/critico quanto nell’autore, possono produrre uno stato di crisi molto più fecondo di qualsiasi conoscenza acquisita (d’altronde crisi e critica hanno la stessa radice etimologica) poiché spingono alla necessità di comprendere un nuovo oggetto e soltanto focalizzando l’oggetto della scrittura, ossia i testi, si può divenire soggetti intelligenti (capaci di leggere dentro).

articolo pubblicato su:
http://blogportbou.wordpress.com/
e
http://puntocritico.eu/?p=4220#more-4220

Visioni di Matteo Eikel Buratto


titolo dell’opera: BB

handcut stencil – stencil tagliato a mano
15 layers 11 colors – 15 livelli 11 colori
spray paint on canvas – vernice spray su tela
18×24 cm

E1kel nasce nell’Ottobre del 1971, giusto in tempo per perdere Live at Pompei dei Pink Floyd. Trascorre l’adolescenza cantando nel gruppo punk de “I Topi Unti” e cadendo svariate volte dallo skate.
Verso la fine degli anni ’80 comincia ad interessarsi alla street art scegliendo lo stencil come forma d’espressione. Le potenzialità offerte da tale tecnica lo entusiasmano così tanto da spingerlo a sperimentare varie modalità d’esecuzione e a ricorrere a differenti materiali in una continua ricerca di perfezione stilistica.
Si trasferisce a Londra, dove lavora come barman in un locale, diventando cintura nera di cocktail. L’esperienza londinese lo proietta in una realtà cosmopolita e moderna, cosa che influenzerà notevolmente la sua arte. Trascorre parecchio tempo anche ad Amsterdam prima di avere la pessima idea di tornare in Italia, dove continua a lavorare come barman e a spruzzare sui muri.
Si specializza nella tecnica dello stencil multilivello e comincia a partecipare ad alcune mostre, ottenendo una buona risposta da parte di critica e pubblico.
Nel 2010 è tra i fondatori dell’associazione culturale Confrontarti, che ha come obiettivo la promozione e la diffusione dell’arte contemporanea.
Nel 2012 è tra i soci fondatori dell’associazione culturale Officine Creative.
Con la compagna Vera Bonaccini, di cui parleremo più avanti in due occasioni, gestisce un negozio nel centro di Pietraligure: “Graffiti Line”.

titolo: tan line in the dark

handcut stencil – stencil tagliato a mano
11 layers 8 colors – 11 livelli 8 colori
spray paint on canvas – vernice spray su tela
13×18 cm

I principali eventi artistici a cui E1kel ha preso parte sono:
2010, “Confrontarti_00” – Bibbona (LI)
2010, “Experience” – Bibbona (LI)
2011, “Make Art” – Bibbona (LI)
2011, “We Art” – Borgio Verezzi (SV)
2011, “Laboratorio Sedie d’artista” presso il festival Balla coi cinghiali – Bardineto (SV)
2011, “E1kel solo show”, presso Galleria Punto Due – Calice Ligure (SV)
2011-2012, “Diciottoperventiquattro”, presso Galleria Punto Due – Calice Ligure (SV)

titolo: holy shit

handcut stencil – stencil tagliato a mano
8 layers 8 colors – 8 livelli 8 colori
spray paint on canvas – vernice spray su tela
13×18 cm

Arte a me quasi sconosciuta, avevo visto e letto qualcosa in certe riviste, ma mai un contatto, per questo ringrazio l’Associazione Officine Creative per avermi fatto conoscere questo genere d’arte durante l’evento organizzato da loro a Pietraligure, dove la street art era colonna portante dell’intero evento assieme alla pittura di Patrizia Braccioforte e ad altri artisti che vanno dalla fotografia alla scultura.

titolo: sex in 3…2…

handcut stencil – stencil tagliato a mano
12 layers 8 colors – 12 livelli 8 colori
spray paint on canvas – vernice spray su tela
13×18 cm

Quel luogo chiamato Val Di Susa di Adriana Pasetto


Ph Luca Pizzolitto

Esiste un luogo chiamato Val Susa. O almeno esisteva. Perché da troppo tempo quel luogo ai piedi delle Alpi Occidentali nient’altro è divenuto se non una visione straziante del potere mafioso in Italia. Da vent’anni si è deciso che in Val Susa passerà il Tav – anche se molti dei politici italiani certamente ben conditi d’istruzione continuano a chiamarla la Tav –  e nonostante quest’opera sia profondamente costosa, inutile e deleteria per la salute degli abitanti così è stato deciso e così si farà, o almeno Loro lo credono. Loro, quelli che già vent’anni fa si sono intascati mazzette e mazzette e che ora non potrebbero ridarle indietro avendole già spese chissà dove. Il Tav, per chi non lo sapesse, è un maestoso progetto di un Treno Alta Velocità per MERCI – molti ancora pensano sia passeggeri ma così non è –che dovrebbe partire da Kiev per arrivare a Lisbona e viceversa, passando dunque attraverso l’Italia che si è auto proclamata “punto strategico”. Di quale strategia ancora non ci è dato saperlo, visto che il Portogallo ha bloccato il progetto così come sta pensando di fare la Francia con il Presidente Hollande. Così la Tav porterà in quel di Torino dei beni di prima necessità provenienti da Kiev, e anche in questo caso non ci è dato sapere quali siano.

Quello che avviene in Val Susa da anni non è dato saperlo al popolo che si basa su false notizie giornalistiche. Il Movimento No Tav è un movimento ampio che include varie realtà e basterebbe prendere parte ad una qualsiasi marcia organizzata un mese sì e l’altro pure per saperlo, ma il popolo preferisce mantenersi stretto ad una comoda poltrona e non godrà mai di quelle immagini che mi riempiono il cuore di gioia, quelle in cui puoi osservare famiglie intere con bambini e cani al seguito sfilare pacificamente. Il popolo non potrà neanche mai sapere perché una lotta pacifica esistente da oltre vent’anni talvolta può trasformarsi in una sassaiola; il popolo non potrà mai vedere al di là del proprio naso fino a quando un lacrimogeno ad altezza uomo non colpirà sul volto il proprio figlio; il popolo non saprà mai realmente che il Movimento vede schierati in prima linea nonni che lottano per dare un futuro ai propri nipoti. Quanti motivi per dire NO al Tav? Troppi da elencare: il calcolo spese previsto inizialmente che si è negli anni moltiplicato; la natura deturpata in un luogo in cui non servirebbe farlo spendendo un decimo di quei finanziamenti per migliorare la linea tramviaria esistente; la salute degli abitanti messa in pericolo da amianto e uranio che in natura esistono nelle montagne val susine che dovrebbero essere scavate per 50 Km. E via dicendo.

Così avviene che un movimento che arriva a portare per strada 80mila persone diventi improvvisamente pericoloso per il futuro di un’opera inutile eppure fondamentale per le tasche di qualcuno. Non quelle del popolo certamente, anche perché quest’opera progettata oltre vent’anni fa ad ora non ha neanche un progetto certo e sicuro. Come si combatte un movimento con idee proprie valide? Lo si combatte tramite un’informazione corrotta e distorta; lo si combatte arrestando chiunque capiti a tiro – perché l’Italia è quel paese in cui essere presenti ad una manifestazione non gradita vuol dire commettere reato – e si cerca di sfinirlo militarizzando un paese. La Val Susa è militarizzata, con tanto di filo spinato e jersey. Però l’Italia è così, grida allo scandalo quando questo avviene all’estero e non quando la giustizia manca in casa propria.

Marianna ha ventun’anni ed è stata condannata ad otto mesi di reclusione. La sua colpa? Essere presente in prima linea a difendere i suoi diritti e i diritti di tutti gli italiani. Io la ringrazio, come ringrazierò sempre chi ha il coraggio di rimanere in prima linea nonostante il lancio di lacrimogeni al CS  – vietati dal trattato di Ginevra – e gli idranti a pressione riempiti non solo di acqua ma di sostanze urticanti. Io ringrazio anche chi spesso mi ha permesso di scappare, perché le pietre si lanciano da entrambe le parti delle recinzioni, ma da una parte c’è chi dovrebbe difendere i cittadini e dall’altra i cittadini che non vogliono più farsi difendere da chi l’umanità non ce l’ha.

di Adriana Pasetto