Inediti di Iole Toini


Nicoletta Ceccoli

*

Ti dirò, da questo ceppo primitivo, albero del pane e del sangue, fondo il silenzio delle vesti, tue ossa e mie. Lì il portento dei fiori.

Con le arterie dentro i rami, come una serva o un assassino, faccio dita piccolissime, di tregua e battaglia.

Da polso a polso viene l’ara del fiume, amata carezza della pietra su cui posare il volto caduto per incantamento.

L’immobilità è la grazia portata dalla spada. Con lei tocco il pendio del sole.

Ti dirò ogni cosa vera. Col canto nelle funi.Per la tua bellezza, per la tua bellezza.

*

Entra
battendo le ali, quando il giorno è pieno sui rami e le cose
stanno tutte sole.
Così,  le case, i cigli lungo le strade assistono
al giogo radioso che ogni giorno sale fino alla cruna
del canto.
E fa strage.

*

Nella lingua che aprì il maggio dei semi
i ciliegi pronunciarono terra alla vista
come Colombo davanti alla costa;
il canto dei gambi si levò
dalle vene di pietra, dove le radici incontrano
il fuoco che guida alla rivoluzione.
E la pioggia eresse l’intenzione del giglio,
la luce tese la lancia che spalancò la festa del campo.
E gridò il pesco, gridò il croco e la rondine,
gridarono i pioppi e le sterpaglie; i fiumi salirono
nelle vestaglie dell’aria; a bracciate il grano
accese il suo tempio.
Esaudita la gioia dell’erba,
esaudite  le solitudini dei tordi,
il silenzio infiammò le rotte dei  venti
che stesero le mani ai tetti, ai fili tesi
fra le case, alle strade ai tram alle navi.

Infine i fiori.

*

                      Me pias vardal el furm, quand l’è  vèrt

                                                                – Franco Loi

Uomo vecchio, le tue mani piene di vento
portano dove la carne brucia.

Con l’asta infilzata alla lingua solchi precipizi
dentro la gola. Portano l’odore dei campi.
Tu la chiameresti merda che fa fiorire il cuore.

In fondo agli occhi hai vertigini;
raschiano come l’aria in inverno.
La tua parola sputa cose schifose,
come la solitudine.

Dici : “varda en fondo”: siamo le puttane
che cacano semi e farfalle;
ci si fa le cose; si chiava,
si parla bene e male.

Tira forte il vento, lì dove sei.
L’aria si spalanca, muove strade
piene di donne, cani, piscio.

Sembra che tu non abbia paura, uomo vecchio.
Apri le mani, lasci entrare le cose. Cose da uomini,
cose che fanno male, come la carne quando muore
nell’altra carne. Come l’amore.

Biografia

Iole Toini è nata a Darfo Boario Terme il 6 maggio 1965, vive sul Lago d’Iseo. Ha collaborato con la rivista “Qui – appunti dal presente” di Milano. Ha vinto alcuni premi tra i quali il Concorso Nazionale di Poesia “Sci Club – Pieve di Soligo “, presidente onorario di giuria Andrea Zanzotto; ‘Il Lago Verde’ di Casazza (BG); il Premio Nazionale di Galbiate (MI). Terza classificata al Premio Renato Giorgi 2007, è stata segnalata in concorsi quali il Montano di Verona, il Concorso di Poesia MezzagoArte (presidente onorario di giuria Franco Loi), il Premio Città di Rimini. Sue poesie sono state pubblicate su “Gradiv, la rivista “Le Voci della Luna” di Sasso Marconi (BO), Rebstein, VDBD e Blanc de ta nuque.

Sito: http://ioletoini.wordpress.com/

Paride Leporace – Grecia


Da Paride Leporace, nel pieno delle parole, per WSF:

“Andando al cesso e cercando qualcosa da leggere nel tempo utile alla seduta, estraggo dalla libreria uno dei volumetti che L’Unità veltroniana dedicava a “I poeti italiani”, e la lotteria del caso mi mette in mano Ungaretti e mi accordo con quel ricordo di dolori. Ed ecco che ancora, grazie al caso, la pagina si apre all’inattesa “Grecia 1970”. E’ questa poesia civile, versi che non avevo mai letto di quel poeta che da piccolo mi atterriva guardandolo in televisione recitare l’Odissea (ma era l’Odissea?) e che poi iniziai a studiare negli anni della poesia a memoria. Mi sembra profezia questo poetare per il popolo oggi ridotto in catene dal Fondo monetario e scopro l’antico arcano. Si tratta di un quasi inedito. Il pittore Piero Dorazio, critico d¹arte dell’Unità, aveva chiesto ad Ungaretti una poesia da abbinare ad una serie di serigrafie preparate per dare aiuto ai profughi della dittatura greca. Il poeta aderì con entusiasmo e nel gennaio del 1970 lesse, egli stesso, la straordinaria elegia dedicata al popolo greco.
Ungaretti morirà poco dopo. E a differenza delle ultime poesie non sarà integrata nell¹ultima raccolta mondadoriana “Vita di un uomo” perché il curatore, Leone Piccioni, la escluse considerandola “poesia d’occasione”; quei versi invece sono contemplati nella plaquette “Fortuna greca di Ungaretti” per ben diverso organizzare di Filippo Maria Pontani.
Quando sulla mia poco, prestigiosa sedia, leggo la data posta in epigrafe resto basito.

Roma, il 12 dicembre 1969

Penso molto e immagino tanto. Ungaretti alle prese con la bomba di Piazza Fontana e dell’Altare della Patria che lascia a futura memoria la data chiave del Romanzo delle stragi e ripenso al giovane poeta ventenne in contatto con gli anarchici italiani di Alessandria d¹Egitto. Rischio di mescolare. Il fu fascista Ungaretti che sul finir degli anni riscatta il suo pensare e il curatore mondadoriano che ritiene meglio lasciar fuori questa inattesa elegia. E¹ solo il caso di leggere per meglio divulgare.

GRECIA 1970
Roma, il 12 dicembre 1970

Atene, Grecia, segreto, vertice
di favola incastonata dentro il topazio che l’inanella.

Sul proprio azzurro insorta
in minimi
limiti, per essere misura, libertà
della misura, libertà di legge che
a sé liberi legge.

Sino dal mare,
dal cielo al mare,
liberi l’umano vertice,
le legge di libertà, dal mare al cielo.

Non saresti più, Atene, Grecia,
che tana di dissennati? Che
terra della dismisura, Atene,
mia, Atene occhi aperti,
che a chi aspirava all’umana
dignità, apriva gli occhi

Ora, mostruosa accecheresti?
Chi ti ha ridotta a tale,
quali mostri?

Per me questi versi del passato sono suggestione per l¹Atene di oggi, Atene nostra che a chi aspira all¹umana dignità apre gli occhi. E ripenso ai nuovi mostri che l’affamano e la umiliano. Poco ore dopo in Rete scopro che l¹intellettuale tedesco Gunter Grass, ha scritto una poema dedicato alla Grecia in cui mette alla berlina i suoi connazionali e l’Unione europea. Sono versi scritti per il giornale Süddeutsche Zeitung e che continua l’azione civile già intrapresa Grass con “Cosa deve essere detto” che gli è costata l¹ostracismo israeliano per aver accusato di preparare una nuova guerra in Medio oriente.

E oggi invece leggiamo il nuovo poema:

IGNOMINIA D¹EUROPA

Prossima al caos, perché non all’altezza dei mercati,
lontana sei dalla terra che a te prestò la culla.

Quello che, con l’anima hai cercato e consideravi tuo retaggio,
ora viene tolto di mezzo, alla stregua di un rottame.

Messo nudo alla gogna come debitore, soffre un Paese
al quale dover riconoscenza era per te luogo comune.
Paese condannato alla miseria, la cui ricchezza,
ben curata, orna i musei: preda che tu sorvegli.

Coloro che, in divisa, con la violenza delle armi funestarono il Paese
ebbro d’isole, tenevano Hölderlin nello zaino.

Paese a stento tollerato, di cui un tempo tollerasti
i colonnelli in veste di alleati.

Paese privo di diritti, al quale un potere che i diritti impone,
stringe sempre più la cintola.

Sfidandoti, veste di nero Antigone e dovunque lutto
ammanta il popolo di cui tu fosti ospite.

Eppure fuori dai confini il codazzo dei seguaci di Creso
ha ammassato tutto ciò che d’oro luccica nelle tue casseforti.

Trangugia infine, butta giù! gridano i claqueur dei Commissari,
ma Socrate ti restituisce irato il calice colmo fino all’orlo.

Malediranno in coro gli Dei ciò che possiedi,
quando il tuo volere esige di spossessare il loro Olimpo.

Priva di spirito deperirai senza il Paese
il cui spirito, Europa, ti ha inventata.

Günter Grass – Traduzione di Claudio Groff – da Repubblica

Ripenso al verso di Ungaretti e al verso sulla libertà di legge, ieri politica e oggi economia. E mi sovviene anche la segnalazione della Rivista anarchica, che nei mesi scorsi hanno scritto del più noto giallista greco, Petros Markaris, che sta lavorando ad una trilogia della crisi per riferire attraverso il romanzo criminale quello che accade nel suo paese. Il primo è “Prestiti scaduti” che narra le gesta di un serial killer che decapita con la scimitarra banchieri e broker. Il volume è stato pubblicato dalla Bompiani in Italia, non è stato invece ancora tradotto “Pereosi” in cui opera un giustiziere che si definisce “l’esattore del popolo”. Penso che la Grecia è culla della civiltà. La poesia e il teatro ci vengono da quella cultura, e anche il giallo si sostiene sia nato con Edipo.
Per questo la letteratura civile si preoccupa con intensità di quella dolorosa cognizione: e anche Giuseppe Ungaretti decise d’illuminare d¹immenso la Grecia dei colonnelli quel 12 dicembre del 1969 nel giorno che noi italiani perdevamo la nostra innocenza.

La sanguinosa sera del dì di festa – L’oltreuomo


Appunti per un romanzo storico che affronta il tema della calvizie attraverso lo sguardo disincantato di Giacomo Leopardi.

Il conte Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi nasce in una delle più nobili famiglie di Recanati.
La madre, Virginia Mosca, è una donna molto religiosa. Infatti fin dalla più tenera età, Giacomo viene costretto a partecipare alla messa domenicale. Nel romanzo si racconta di come questo abuso, lo porterà ad odiare l’ultimo giorno della settimana e preferire, ad esempio, il sabato.

“Questo di sette è il più gradito giorno
pien di speme e di gioia
diman tristezza e noia
recheran l’ore, ed al travaglio usato”

Il padre, Conte Monaldo, è un uomo buono la cui autostima è stata, però, distrutta da una calvizie incipiente. Questo dramma riverbera sull’intera famiglia che viene costretta ad ascoltare interminabili aneddoti tesi a commemorare la folta chioma del capofamiglia. Presto Giacomo apprende il carattere ereditario della malattia e scrive delle poesie molto sentite sul tema. In “Rimembranze” racconta dell’angoscia che gli provoca guardare le stelle dell’orsa riflettersi sul lucido cranio paterno.

“Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti”

Giunto all’età della masturbazione, 22 anni per via dell’educazione cattolica, Giacomo si innamora perdutamente della figlia del cocchiere, Silvia. Silvia è una bellissima bambina affetta da strabismo di venere (“Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi”) che viene costretta dal padre a compiere dei servizietti a pagamento proprio sotto casa del poeta (“D’in su i veroni del paterno ostello/ Porgea gli orecchi al suon della tua voce/ Ed alla man veloce “).

Trama.
Giacomo Leopardi, durante una delle sue personali sedute contemplative della siepe sotto casa, sente delle grida che provengono da oltre l’arbusto. Vincendo la sua naturale reticenza, decide di guardare attraverso le frasche e accidentalmente assiste all’omicidio di Silvia. Purtroppo a causa della sua miopia non riesce a identificare l’assassino. L’unico indizio è la calvizie dell’uomo che l’ha uccisa. Lo shock provocato dalla scena causa una vistosa stempiatura sulla fronte del poeta.
In paese il dottore accerta che Silvia è morta di tisi. Giacomo prova a far valere le sue ragioni con l’unico mezzo comunicativo in suo possesso, gli endecasillabi misti ai settenari. Ma a Recanati non viene ascoltato e il caso viene archiviato nonostante le sue dolorose proteste. A seguito della vicenda il protagonista cade in depressione e paventa il suicidio mentre i maldicenti lo tacciano di essere un nichilista, un paranoico e di essere affetto da vittimismo cosmico. La sua calvizie si fa più grave, oltre alla stempiatura gli si allarga una piazzetta sulla nuca.
Quando tutto sembra perduto arrivano in paese “gli amici di Toscana”, una gang di ribelli affiliati all’accademia della Crusca. Con il loro aiuto, Giacomo riprende le indagini. Gradualmente il cerchio dei sospettati si stringe attorno a Padre Hart Lee Sykes, un prelato americano. Tutto sembra combaciare ad esclusione di un unico particolare: Padre Hart non è calvo.
Di fronte a questo impasse, Giacomo si trova abbattuto, senza speranza, senza forze e senza più nemmeno un capello in testa. L’ultima immagine coerente del giovane, lo ritrae nudo davanti a un grande specchio mentre cerca di pettinarsi il cranio glabro. Da questo punto in poi la trama diventa quella di “Shutter Island” e tutti i lettori capiscono con trecento pagine d’anticipo che l’assassino è Giacomo Leopardi.

N.B. Ricordarsi di rendere Giacomo simpatico e spiritoso.

L’Oltreuomo: http://oltreuomo.com/

Visioni di Lucie Namm


Lucie Namm, nasce per caso nel giorno in cui decide di mettere il suo corpo davanti ad una video camera.
Sembrerebbe un video qualsiasi, una donna nuda di fronte ad uno specchio che si muove, si riflette, guarda la sua nudità, la tocca e cerca di amarla.

In seguito si mise a scattare con la macchina fotografica fermando i movimenti riflessi nello specchio, motivo per cui ogni foto è volutamente sfoccata: ombre, luci e movimento….intorno, soltanto il buio.

Lucie fa parte, assieme ad altri 11 elementi del progetto EROSioni, di cui ne è il creatore Giaunguido Oggeri Breda, già precedentemente ospitato.

La pelle qui è in risalto, ci si affida a lei, a questo senso-di-sfumato, che prende ai sensi e riesce benissimo ad affondarti dentro, si seguono le dita, si sente il calore, percepibile solo se ci si addentra davvero e non ci si ferma sulla soglia.
Si scende e si segue, rimescola nella pancia come a vedersi addosso quelle sensazioni, cattura.

scendi_mi  addosso dal  viso, nello schioccare del verso
controlingua, che ti germina in un semplice soffocare di piacere
le tue mani come briciole di lava, appese, lava di sfiamma
un disegno ricamato nel sottile verbo che occhieggia
fra le dita aperte in una cartilagine di nenie
fatti di me, come un’ape di miele [at]

Lucie Namm: http://www.facebook.com/lucie.namm

Di amorini, deretani e Santecroci


“Amo molto parlare del niente. E’ l’unico argomento di cui so tutto.” (O.Wilde)

Credo non ci sia aforisma che meglio si adatti alla nuova musa trasgressiva della letteratura italiana, rispondente al nome di Isabella Santacroce.

Che l’editoria sia giunta ad uno stato di catarsi è evidente. Oramai si è raggiunto il tanto agognato zero assoluto, fra l’ultimo titolo di mister ovvio Fabio Volo, il comico prestato alla letteratura e le ricette culinarie di Nonna Papera. Pensavamo tutti che oltre questo baratro non si potesse andare, che la cultura ci potesse aiutare a superare questo momento di stallo, in cui il nichilismo sembra avere la meglio sull’arte e il libero arbitrio.

Invece ci sbagliavamo.

La Santacroce è riuscita dove molti hanno fallito : vendere se stessa a caro prezzo come fosse un qualsiasi prodotto pubblicitario e sfruttare l’ignoranza del lettore medio, fino a renderlo un lobotomizzato pronto a tutto pur di difendere la sua icona, finanche arrivando all’insulto per chi osa criticare la sua magnificenza letteraria.

Non vi tedierò con l’elenco delle sue performance visive, che tanto assomigliano alle variegate apparizioni del mago Othelma, e nemmeno con le sue interviste, dove furbamente accenna a retorici concetti anticristiani per il mero scopo di sconvolgere un paese ancora profondamente ancorato al cattolicesimo.

Invece credo meritino attenzione certe sue perle culturali.

Prima fra tutte la sua biografia. Isabella Santacroce ha avuto l’idea geniale di vendere all’asta la sua vita con tanto di nastro viola, stella di David e bara in miniatura. Duemiladuecentoventi euro il prezzo battuto per la prima copia. Ora credo che la scrittrice sia esente da colpe in questa vicenda a parte la solita circonvenzione di incapace. Invece vorrei proprio conoscere questo rappresentante degli Emo-rroidari, seguaci della Ester-Santacroce, che ha sperperato un patrimonio tale, pensando magari di avere fra le mani la biografia del secolo. Roba da minorati culturali.

L’apice, però è stato raggiunto dall’ultima genialata ; Autocandidarsi al premio Strega 2012.Forse perché presa da delirio di onnipotenza o puramente per motivi pubblicitari, cosa assai più veritiera, Isabella ha voluto infilarsi forzatamente fra i partecipanti del concorso. Inutile dirvi che la sua candidatura è stata rispedita al mittente con tanto di battage mediatico. La scrittrice ha commentato : “Mi sono autocandidata al premio strega per spaurire la disonestà dei premi letterari. chi mi ha scritto idiozie in questo ultimo mese, si scusi porgandomi il deretano. Isabella Santa† e gli Ardeidi”. Noi tutti dal basso dei nostri deretani, ringraziamo la musa per averci fatto scoprire queste verità assolute. Magari sarebbe stato meglio che queste affermazioni avessero trovato spazio prima della candidatura, non dopo la disfatta, poiché la vicenda oramai assume contorni a dir poco bizzarri e controversi.

Per finire una menzione d’onore la meritano i fans. In questo caso però è giusto fare delle distinzioni. Capisco il target 14-18 anni. Attraversare l’età adolescenziale può portare a scorgere miti anche dove in verità non c’è nulla da venerare ma sinceramente già passata di un giorno la maggiore età non comprendo come un essere pensante possa divinizzare la Santacroce e ritenerla una delle maggiori espressioni d’arte in Italia.

Come già scritto in altre occasioni, per esprimere diversità non c’è assolutamente bisogno di scadere nel ridicolo. Veramente pensate che i teatrini organizzati dalla scrittrice siano espressione di arte ? Se proprio avesse a cuore i suoi seguaci non credete che sarebbe stato più giusto regalare la sua biografia ? Ed infine, non vi balena l’idea che trattare il lettore come un cliente rappresenti la morte dell’arte ?

Credo siano domande lecite a cui spero che qualcuno possa dare una risposta.

Di seguito ho voluto recensire Amorino. Purtroppo capita spesso che sul web si commenti ciò che non si è nemmeno sfogliato o visto. Una pratica che certo non ho scoperto io ma ricordarla è un dovere. Troppe volte si giudica in base ad interessi commerciali o solo per ingraziarsi il personaggio di turno.

Recensione di Amorino.

Amorino nasce, nell’idea della scrittrice, come il suo capolavoro massimo. Un romanzo che, in teoria vorrebbe affrontare concetti filosofici-teologici ma che invece si rivela un’accozzaglia elementare di personaggi e parole stantie è già sentite che fondano le radici sul peccato come mezzo di redenzione. La storia si svolge a Minster Lovell paesino inglese, nel lontano inizio novecento. I protagonisti sono sette e tutti parlano attraverso lettere e stralci di diario. Tecnica molto usata da scrittori incapaci di tenere viva una qualsiasi trama di racconto. Ci sono le classiche gemelle noir, viste e riviste in milioni di sceneggiature Hollywoodiane, il prete pedofilo che tanto repelle l’immaginario popolare, il dottore del villaggio sessuofilo, la tredicenne decerebrata e zoccola, sua madre, affetta da turbe psichiche-religiose e udite udite…la scrittrice in persona, tal Isabella Santacroce.

Leggendo il racconto non si ha mai l’idea di un qualcosa che poteva essere ed invece non è stato. La sensazione è che si scrive solo e solamente per i soldoni, misurando la trama, i personaggi e la scrittura come ingredienti di una ricetta  popolare destinata al successo commerciale fregandosene dell’arte.

E’ d’obbligo iniziare l’analisi con Annetta Stevenson, la prima delle gemelle Kessler che già alla ventesima pagina risulta di una noia mortale. Visionaria e ridondante è la vera palla al piede del romanzo. Consiglio vivamente di leggere un solo stralcio di diario della poveretta e lasciare il resto ai posteri o al vostro peggior nemico come tortura inflitta stile Arancia Meccanica di Kubrick. La seconda gemella, Albertina Stevenson, riesce ad essere di un’utilità pari alla zanzara tigre, dovrebbe farci comprendere le idiozie perpetrate dalla sorella ma invece il suo apporto al libro non fa che renderle ancora più retoriche e confusionarie . Il vero dramma, letteralmente parlando, è che queste due sciatte risultano prive di charme, anche copulando continuamente, praticando il cannibalismo, l’omicidio,  non riescono nemmeno lontanamente a rappresentare quel fascino che il male a volte può esercitare sull’essere umano. Il prete, Padre Amos è ancor più grottesco. Lo si usa come punto di rottura. La Santacroce da vecchia volpe, sa ed è consapevole della repulsione collettiva che suscita un prete pedofilo, ma riesce nell’impresa titanica di ridurre questo personaggio ad una macchietta religiosa che straparla di verghe celestiali e si attacca come un cane da accoppiamento a qualsiasi buco gli capiti a tiro. La tredicenne Bernardine poi è fantastica. Deficiente di natura, la scrittrice forse per cercare una sorta di caratterizzazione, le fa usare una terminologia idiota e poco realistica. Non basta scrivere salciccia e canarina come sinonimi di pene e vagina per racchiudere il misticismo sessuale di un’adolescente, il passaggio all’età adulta. La madre Margaret non è interessante quindi sorvolerò, in verità serve a tessere le lodi della Santacroce dal momento in cui appare nel romanzo. Il dottor Thompson è il delirio. Scusate ma credo sia il personaggio trash del nuovo millennio. Non tanto per lui, che risulta essere un adoratore del così detto buco del culo, molto invece lo si deve alla moglie Emilia, ninfomane all’ennesima potenza e vera perla del romanzo con le sue verità scomposte, e al figlio Oscar, undici anni, mongolo-idiota  (terminologia della scrittrice) con il pene perennemente eretto che sfoga le sue pulsioni sessuali con i genitori. Infine c’è lei, la prescelta, l’icona provocatoria, la dea Isabella. Se l’inizio del romanzo risulta essere soporifero e poco avvincente, quando compare la scrittrice c’è una sola ed unica possibilità ; prendere il libro e gettarlo nella pattumiera. La sua apparizione è devastante per la trama, il suicidio, trasformando la lettura in una sorta di goccia cinese, estenuante e fiaccante ai limiti della decenza.

Non aggiungo altro per non rovinarvi la fine ingloriosa di Amorino.

Per concludere consiglio di comprare il romanzo. Si avete capito bene, lo suggerisco per un motivo che ritengo fondamentale. Conoscere per giudicare. Così finalmente avrete un’idea ben precisa su Isabella Santacroce, sul suo modo di scrivere per nulla rivoluzionario e sul continuo bisogno di apparire, non mi stupirei di vederla come prossima inviata di Mistero, anzi credo sia la sua vera dimensione.

Un saluto G.C.

DIAZ – Il film e la censura del Governo – di Itinerari Noir


L’immagine che potete vedere sopra è in riferimento all’atto di censura che il Ministero dell’Interno del Governo Italiano guidato da Monti, a tutti i membri delle forze armate in riferimento all’uscita del film “Diaz” della Fandango.
Questo è il comunicato ad esso allegato:
In concomitanza con la proiezione di numerose pellicole cinematografiche che affrontano la ricostruzione storica di eventi relativi ad attività di polizia in situazioni ordinarie e straordinarie, si ribadisce che qualsiasi intervista, partecipazione a convegni o dibattiti, va autorizzata da questo Dipartimento
Che ne pensate? E’ giusto secondo voi che i diretti interessati o gli attori indiretti di ciò che è accaduto, stiano zitti?

DIAZ – TRAILER UFFICIALE ITALIANO

 

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http://corpifreddi.blogspot.it/

L’uomo che insegnò al suo buco del culo a parlare di Bizzarro Bazar


Tratta dal Pasto Nudo, eccovi una delle routine di Burroughs più celebri, e una delle meglio riuscite nel delicato equilibrio fra grottesco, osceno, ironico e drammatico. Si tratta di una rivisitazione omosessuale del mito della vagina dentata.
Buona lettura.

L’uomo che insegnò al suo buco del culo a parlare

Dr. Benway: “Perché non un blob per tutti gli usi? Ti ho mai raccontato dell’uomo che insegnò al proprio buco del culo a parlare? Il suo intero addome si muoveva su e giù, capisci, scoreggiando parole. Come nient’altro che avessi mai sentito.

“Questa voce dal culo aveva una specie di frequenza intestinale. Ti colpiva laggiù come quando devi andare di corpo. Hai presente quando il buon vecchio colon ti dà di gomito, e senti quella specie di freddo dentro, e sai che tutto quello che puoi fare è correre a liberarti? Be’ questa voce ti beccava proprio laggiù, un gorgogliante, denso suono stagnante, un suono che potevi odorare.

“Questo tizio lavorava in un luna park, capisci, e a prima vista sembrava una specie di innovativo spettacolo da ventriloquo. Anche divertente, all’inizio. Faceva un numero intitolato “Il buco migliore”, che era un portento, te lo assicuro. L’ho dimenticato quasi del tutto, ma era brillante. Cose tipo, “Sei ancora lì sotto, vecchio mio?” “No! Sono dovuto andare di corpo”.

Dopo un po’ il buco del culo cominciò a parlare per conto suo. Lui saliva sul palco senza aver preparato nulla, e il suo culo improvvisava e gli restituiva le battute ad ogni colpo.

“Poi gli spuntarono delle specie di piccoli uncini incurvati, che raspavano come denti, e cominciò a mangiare. All’inizio lui pensò che fosse carino, e ci imbastì sopra un numero, ma il buco del culo si faceva strada mangiando attraverso i suoi pantaloni, e si metteva a parlare per strada, urlando che voleva parità di diritti. Si ubriacava, anche, e aveva certe sbornie tristi in cui frignava che nessuno lo amava, e che voleva essere baciato proprio come ogni altra bocca. Alla fine parlava sempre, giorno e notte, potevi sentire da isolati di distanza che lui gli gridava di stare zitto, e lo picchiava con il pugno, ci ficcava su le candele, ma non serviva a niente e il buco del culo ribatteva: ‘Sei tu che starai zitto, alla fine. Non io. Perché non abbiamo più bisogno di te, qui attorno. Posso parlare e mangiare e cacare‘.

“Poco dopo lui cominciò a svegliarsi la mattina con una gelatina trasparente come la coda di un girino sulla bocca. Questa gelatina era quella che gli scienziati chiamano T.n-D., Tessuto non Differenziato, che può crescere trasformandosi in qualsiasi tipo di carne su un corpo umano. Lui la strappava dalla bocca e i lembi gli rimanevano attaccati alle mani come nafta incendiata e lì crescevano, crescevano in ogni punto in cui cadeva una goccia. Quindi alla fine la sua bocca restò sigillata, e la sua intera testa si sarebbe amputata spontaneamente — (sai che c’è una malattia che attecchisce in alcune parti dell’Africa e solo tra popolazioni di colore, che porta alla caduta spontanea del mignolo del piede?) — se non fosse stato per gli occhi, capisci. L’unica cosa che il buco del culo non poteva fare era vedere. Aveva bisogno degli occhi. Ma le connessioni nervose erano bloccate e infiltrate e atrofizzate così che il cervello non potesse più dare ordini. Era intrappolato nel cranio, sigillato dentro. Per un po’ si poteva vedere la silenziosa, disperata sofferenza del cervello dietro gli occhi, poi infine il cervello deve essere morto, perché gli occhi si spensero… e in loro non c’era più sentimento di quanto ve ne sia nell’occhio di un granchio sulla punta d’una antenna”.