Estratti da “In luogo dei punti” [ThaumaEdizioni] – di Sebastiano Adernò


ThaumaEdizioni, 2012
10 euro

Nairobi, capitale degli stupri

Padre assente e giustificato
retrospettiva di un senso
andato a rifugiarsi
dietro lo spiraglio
dal quale
migliaia di bambini ci guardano,
la fame morde le mani
le infermiere
rabboccano di bugie
il latte dei neonati
la malattia
rivolta la sporcizia
dei corridoi
dove si muore ricordando
il sesso in tiro
sull’addome dei soldati
e noi spose bambine
con tutta l’infanzia andata
nell’emorragia durante il parto.

Ponte vecchio di Novi Sad

Quando passa sopra il ponte
sente nella pancia
un vuoto
annodato come la carta
che sembra caramella
ma nasconde un masso.
Quando passa sopra il ponte
annusando tra il fogliame
l’odore di corteccia e tabacco
nel fiume
intravede gli occhi buoni
marroni, come cani
di suo padre.

Gerusalemme anno zero

Il Venerdì ebbe inizio
facendo cenno
di piantarne il corpo sul Monte.
Uscirono di casa
per vedere
come fosse il sangue
di uno che fa miracoli.
Portarono anche figli e moglie.
Il ghigno copulava
con l’insolenza di Caino.
E fu un commercio senza utile
legato da un filo come vertebre
stazioni di un Cristo scalzo,
oberato di pregiudizio.
per cui
tra il tintinnio dei denari
la testa quadrata del chiodo
affondò in tre dita di carne.
Perché l’unico abisso
dove ricacciare quella follia
fu la follia stessa della mano
che impugnata la rotta
ne trafisse il costato.
Dunque preghiamo
richiedendo la dovuta sostituzione
di quella degenerazione.
Per le sferzate, i tagli sulla pelle
il disordine da macello
e l’ingordo piovasco di sangue
che ne disfò la carne a brandelli,
preghiamo.
Accanirsi a quel modo
con l’orgoglio
di aver ritagliato nel corpo di mio Figlio
un bersaglio.
Con colpi assommati a colpi
nella matassa di quel massacro.
Preghiamo
per chi applaudì
quando lo sguardo
ricadde esausto
credendo
che uccidere il nostro Rabbi
fosse già di per sé
un miracolo.
Per il sangue
e la porzione di quel calice
che ne raccolse la consolazione.
Preghiamo
per Chi sconfitto nella carne
coi fianchi nudi
lungo la trave
posò tra l’antro delle spalle
le fondamenta dell’altare.
E ammiriamo
cosa può dunque un corpo.
E come nonostante i chiodi
si sostiene la Sua voce.

Da la postfazione di Gian Ruggero Manzoni

Questa raccolta di Sebastiano Adernò è una risposta forte e civile all’enorme quantità di dolore che ho visto nella mia esistenza, quale poeta ma, soprattutto, quale militare (ora ex) in zone di combattimento (anche da Adernò ricordate). Ormai è più che evidente che il problema “del male di vita” non lo si può risolvere a livello puramente intellettuale, perché sia l’irrazionale sia la carne vengono coinvolti, lanciando il loro grido, dimenandosi, creando forme, ulcerazioni, visioni, oppure impalpabili spettri (… le presenze peggiori).
[…]
Il poeta è quell’uomo che raccoglie in sé tutti gli uomini (tutti i punti) e se ne fa carico (e dico questo senza alcuna retorica), è quell’uomo che ha stretto alleanza con loro, è quell’uomo che di loro si preoccupa, è quell’uomo che li vive e da loro si fa vivere, consapevole che «i confini dell’anima sono irraggiungibili, per quanto si trovino nelle più estreme profondità del singolo, come nelle
più alte vette della moltitudine» (Eraclito), e Sebastiano Adernò sa bene questo, ma di ciò non si vanta, altro non fa che sottostare a un compito, e tracciare tangenze e diagonali.
Perciò “in luogo dei punti”, un contatto.

Inediti di Alessandro Morino


*

morbida sta la figura e si trascina
strisciante e senza paura si trascina con peso tesa e una condanna
una misera forma che avanza
entrando nel silenzio si difende sine iustitia
entrata servile nel silenzio enumerando sguardi addii e tradimenti
avanza sine lamenti la sua condanna
donna il filo d’ombra che si taglia e un braccio di luce che sporca
tornata dalla notte nel soffio dello sgomento che di membrana la carne e di candore si staglia
tornata dalle rotte d’orrore già sporca avanza
mentre distesa morendo come sospesa nella carne tremante senza più lamento
nello sguardo disperso si ritrae ancora una volta senza contatto
senza uno sguardo al sol del nascere quando tutto finisce in ramificato disegno
avanza sospesa avanza al contatto
un passo un ultimo gradino e nulla
più nulla poi oltre questo atto
un passo e su questa fine in altra fine forma la figura si trascina
strisciante si trascina quando all’ultimo sguardo
quando il sol del finire al tutto che nasce si finge e si lascia cadere

*

al chiarore di un rosso mare s’accascia
aggraziante s’appresta la luce a rimirare nell’istante che freme
silente trema al chiarore ch’è mare ed oltre l’acque lo sguardo protende
nello stesso istante
alle pendici di un diritto collasso s’accosta
e adocchia nel cielo nero fumo ch’espande e non è niente
oramai non è niente lo sturbo che lo prende
teneva tra le mani ciò che teneva
fremeva mentre tra le mani teneva ciò che voleva
in attesa
da tempo in attesa stringeva e tremava la sua parola
gridava silenziosa mentre la sua menzogna pregava
gridava e chiedeva del suo sogno soltanto un segno
guardandosi diceva regarde–moi c’est moi
eppure fingeva nell’attesa delle membra
in quello stesso istante
la notte che a tocchi s’spande nella bocca gelido fiato s’avvinghia
a carezzar l’attesa l’apprestarsi del sapor del gelo nella cavità buia
nell’unico sguardo che s’appartiene oltre la lingua d’altro detto
silenzio

*

1.

in principio era il verbo
in principio era

niente

di questo
niente più di questo

cosa?

[una parola]
niente più
d’una parola

[addosso]

tutto il resto

nulla più d’una parola
è tutto questo

questo farmi carne questo
che si fa
mi si fa
nel farsi carne

[addosso]

gettando di noi le parti in questo resto

io
di noi
attento           al carezzar della notte
nella camera fredda spinto

[attendo]

il principio
il verbo

e il verbo era con l’uomo
e il verbo era

[una parola]
null’altro che una parola
una sola parola più di tutto il resto

la lacerata azione del niente
la lacerazione attenta
che mi attraversa

[addosso]

intenta

di noi
la parte
frantumata
nel buio assiduo che l’aspetta

in noi
la parola

e la parola era con l’uomo
e la parola era

carne ed ossa
muscoli nervi e forza

Biografia

Alessandro Morino nasce nel 1980 a Roma.

Nel 2008 consegue la laurea specialistica in Filosofia e Studi teorico-critici presso la Facoltà di Filosofia dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza con una tesi in Ermeneutica artistica dal titolo “Antonin Artaud o l’esperienza artistica di una rivolta”.
Autodidatta, comincia a dedicarsi più assiduamente alla pittura solo a partire dal 2005.
Ha tenuto reading di poesia e istallazioni verbo-sonore nel 2005 (Ci–Gît Viola) e nel 2008 (Costruzione n.1: Nigredo).
Nel Febbraio 2010 esce il testo poetico Nuda Stabat Mater edito per la collana poetica “Ex[t]Ratione – collana di materiali verbali” presso le Edizioni Polìmata, Roma.

http://www.alessandromorino.net/


Paperblog

La Via del Vento porta a Georg Heym di Andrea Brancolini


Via del Vento è il nome di una associazione culturale pistoiese che è anche casa editrice e che dal 1991 pubblica testi rari e/o inediti di artisti italiani e stranieri. Via del Vento riprende il vecchio nome della via in cui ha sede, che dalla fine dell’Ottocento si chiama Via Ventura Vitoni in omaggio all’architetto della Chiesa della Madonna dell’Umiltà sita nella strada. Chiesa la cui cupola, costruita sotto la guida del Vasari, si dice sia la terza della cristianità, dopo quella di San Pietro a Roma e quella di Santa Maria del Fiore a Firenze. Torno al nome di queste edizioni, la cui scelta è dipesa anche dall’importanza che questa via ha ricoperto nella vita letteraria di Pistoia. Qui, oltre ad avervi avuto sede una importante tipografia, vi sono vissuti Piero Bigongiari, Gianna Manzini, Sergio Civinini… Non voglio però tediare oltre con queste storie, che si possono trovare in modo più preciso ed esteso sul sito della casa editrice, anche perché c’è altro di cui parlare.

Uno degli aspetti che risalta all’occhio è la cura con cui sono pensati questi piccoli libri (piccoli di dimensioni e di pagine: 32) dall’estetica immediatamente riconoscibile. Pochi fronzoli e tanta sostanza per questi oggetti tirati in 2000 copie e numerati, cui rispondono all’interno curatele e traduzioni di rilievo (i racconti giovanili di Beckett sono presentati da Gabriele Frasca, per dire).

Quello di cui tratterò qui, e che appartiene alla collana “acquamarina”, dedicata alla poesia straniera (tra tanti e tante vi potete trovare: Sergej Esenin, Rainer Maria Rilke, Antonin Artaud, Osip Mandel’stam, Sylvia Plath, Anne Sexton….) è “Ci invitarono i cortili ed altre poesie”, una scelta di liriche del poeta tedesco Georg Heym curate e tradotte da Claudia Ciardi.

Quando mi è arrivato, speditomi dalla stessa curatrice insieme a quello di Benjamin (autore cui sono affezionato per motivi tra i più vari, ma che lei ovviamente non sapeva), non essendo un grande lettore di poesia, ma più un ri-lettore, mi son detto Umm… e la prima cosa che ho fatto è stata leggermi la breve postfazione al termine del libro per farmi un’idea.

Vi ho trovato questa frase, tratta dal diario di Heym:

“Amo tutti quelli che non sono adorati dalle grandi masse. Amo tutti coloro che tanto spesso disperano di loro stessi come a me accade quotidianamente.” (pag. 31)

Non poteva che predispormi nel modo migliore per la lettura (sono un sentimentale, temo, per certe cose). Ecco dunque la mia scheda (già apparsa, in forma diversa, sul sito lankelot.eu):

Nel centenario della morte di Georg Heym (ok, ho approssimato per un mese, è uscito a dicembre 2011) la casa editrice pistoiese Via del Vento propone una scelta di liriche di questo poeta tedesco, tra i più importanti nei primi passi espressionisti, morto a 24 anni a seguito di un incidente sul fiume Havel, ghiacciato, nel tentativo di salvare un amico dall’annegamento. Le poesie qui presenti, pur provenienti da raccolte diverse, danno un’impressione di compattezza e omogeneità offrendo uno sguardo complessivo sull’opera di Heym. È un assaggio strutturato per chi avesse voglia di continuare nella conoscenza di questo poeta, sempre che riesca a trovare i pochi suoi lavori tradotti nel nostro paese (a parte questa pubblicazione mi sa che ci si deve rivolgere alle biblioteche, a vedere la distribuzione online e considerando che le ultime uscite risalgono ai primi anni ’80).

Heym, ragazzo amante dell’arte e insofferente alle regole paterne, si fece largo sulla scena letteraria tedesca a partire dal 1910, con l’ingresso nel gruppo “Der Neue Club” presieduto da Hiller. Nel giro di due anni si afferma come figura di spicco della poesia espressionista, fino alla tragedia sull’Havel. Il fiume che è parte integrante della sua scrittura poetica e che sembra, nel suo continuo mutare rimanendo se stesso, figura da inseguire, cercare anche solo di sfiorare, toccare. Heym, quando scrive, cerca. Questa l’impressione che mi ha dato durante la lettura.

La sua è una scrittura crepuscolare, e non potrebbe essere altrimenti (credo) dato il periodo storico, forte di colori (rosso, nero, oro, grigio), intrecciata all’architettura della città (blocchi di case, ciminiere, e gli steccati, e il porto) ed alla sua geografia (il fiume Havel, i laghi), attenta ai suoi abitanti, siano operai, marinai, bambini, amanti, folli e…morti.

Una scrittura di passaggi da uno stato ad un altro, di indagine dell’attimo in cui i luoghi, le persone, i rumori, i colori, i sapori, cambiano, diventano altro pur rimanendo loro stessi. Per questo mi sembra che il fiume e la città (Havel e Berlino) si possano configurare come i macroelementi portanti della sua ricerca. Il fiume è il continuo movimento, la città la stasi perpetua, eppure il primo è sempre presente così come la seconda cambia pelle ogni giorno. All’interno si trova l’essere umano che nella sua quasi banale quotidianità interviene sui due elementi, li antropomorfizza fino quasi a farne entità-dèi, che se per la città diviene una definizione esplicita (“Il dio della città” è il titolo di una poesia) per il fiume è qualcosa di sotteso, meno evidente ed altrettanto forte. Si nota bene come nessun luogo e nessun essere vivente sia solo ciò che appare e il poeta cerca di svelare la vita e il suo opposto in ogni luogo, in ogni sentimento, per ogni persona nel tentativo di comprendere l’attimo del cambiamento.

Cambiamento costruito per contrasti e sfumature, passaggi cromatici e sonori, dove le immagini di vita e morte finiscono quasi col sovrapporsi e sembra che ogni parola non sia che un vano tentativo di capire il nodo che le lega, sciogliendolo e rifacendolo come se in questo atto si potesse arrivare al suo segreto e coglierne l’istante di scivolamento della vita nella morte, della morte nella vita.

Berlino

Stanno le ciminiere sull’alto sfondo
della luce invernale, e il peso ne portano:
la fosca reggia del cielo che s’abbuia.
Ma brucia in basso il suo orlo, una soglia d’oro.

Lontano tra nudi d’alberi, case,
steccati e rimesse, dove la metropoli s’appiana,
su rotaie di ghiaccio stenta un merci
e lentamente scompare.

Spunta un cimitero di poveri, nero, pietra su pietra,
dal loro buco scrutano i morti
la sera di fiamma. Vino forte è il sapore.

Spalle al muro tessendo siedono,
berretti di fuliggine sulle ossute tempie,
cantan la marsigliese, il vecchio inno di battaglia.

I battelli sull’Havel

Wannsee

Corpo bianco dei battelli. Sbatton gli scafi i flutti
lungamente nelle scie, rosse come sangue.
Superba sera. Dentro la sua brace
vibra una melodia, il vento la sperde.

Preme ora la riva sui fianchi dei navigli
che lenti si trascinano a un arco di nere foglie.
I castagni versano il loro bianco seme
come pioggia d’argento nelle mani dei bambini.

E ancora fuori lontano. Dove il crepuscolo
la sua fosca corona posa sulla macchia isolana,
e sordamente l’onda rotola nel canneto.

Nell’occidente spoglio, freddo come luce lunare,
resiste il vapore, similmente il treno dei morti
esausto e appena smosso per il cielo scialbo avanza.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Georg Heym, Ci invitarono i cortili e altre poesie, Via del Vento edizioni, Pistoia 2011.
Cura e traduzione di Claudia Ciardi. Copia numero 17 di 2000. Collana Acquamarina, 45. Pag. 36, ISBN 978-88-6226-056-5
Euro 4,00

Georg Heym (Hirschberg, 30 ottobre 1887 – Berlino, 16 gennaio 1912) è stato uno scrittore tedesco e soprattutto uno dei più importanti poeti del primo espressionismo tedesco.

Di Andrea Brancolini

Lankelot:http://www.lankelot.eu/letteratura/heym-georg-ci-invitarono-i-cortili-e-altre-poesie.html

AMARriCORDd’ SOVENTE


(ricordo soggettivo e devoto di Michele Sovente

a modo di lumino acceso a pagina d’inchiostro)

Ma voi scrivete, scrivete, non dovete aver paura di scrivere!

(M. Sovente)

Nell’arricurdare non mi ricordo di chi mi parlò di una di quelle leggi olistiche per cui non è l’allievo a trovare il maestro ma l’esatto contrario. Ho sempre avuto anascientifici buchi neri che inghiottono i volti ma non parole. E anche scritto così, non viene bene come volevo farlo cominciare questo omaggio a Michele Sovente, perché era necessario essere più umile e  ancora di più e non dare l’illusione di essere stata io  l’Allieva e lui in Maestro (the One, come meglio spiegano le lingue anglosassoni): difatti non è vero, non sono io quella che lo ha seguito per tutta la via flegrea dei suoi insegnamenti.

l’io allieva nell’anno in cui l’ha incontrato, era dispersa in uno stato di grazia che ha definitivamente chiuso i sensi percettivi dell’adattamento alle consuetudini convenzionali del vivere quieto per una cronica bulimia d’arte e letteratura. Non sia questo un postulato perché non è un canone che gli studi artistici siano incapaci di incanalare una giovane anima studentesca verso il rettilineo dei dogmi prestabiliti del vivere tranquillo (assolutamente!sonocapacitutti), ma le mani  degli studenti d’arte sembrano davvero esser piene di uno spirito sovra-quotidiano, che chiede di creare e ricreare  fino a quando quello che non ha nome arriva finalmente ad averne uno, finanche fosse un anarchico “senza nome” ad  indicare la creatura.

(Ri) Comincio. Sia dovere allora, ora, ricordare    il mio professore di Letteratura contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli Michele Sovente, poeta, giornalista.  Intellettuale.  Una volta lo si diceva con ammirazione (mo’ un po’ di meno, quasi una nuova analisi grammaticale: nome comune di persona senza scampo e senza parola). lo scrivo ormai dopo anni e città passate come se fossero solo brevi stagioni in attesa che si compisse un solo compleanno ed invece sono stati lustri, ed è oramai più di un anno da quando il poeta Sovente è passato a miglior vita (come diceva la buon’anima di mia nonna, non mancando mai di sospirare) e bisogna che almeno un lumino a forma di questa pagina lo accenda. Questo voto non può essere una ricostruzione critica o tecnicistica del suo lavoro poetico perché non è la funzione delle candele votive mettersi a sfilettare metricamente un elaborato poetico, indagarlo, recensirlo magari.

Oh, e quando mai si pensano a queste cose per i nostri cari? Questo scritto è il mio ricordo del professor Sovente ed è già immediata la comparsa negli occhi della memoria della sua immagine, piccola, tonda, dalle espressioni perennemente pazienti. Si sedeva nel mezzo del gruppo delle quattro sezioni (pittura nda), distribuiva appunti e  cominciava a parlare, e via con nomi tutti uno più russo dell’altro, tutte le avanguardie “sicuramente dovete metabolizzare Majakovskij” e le strutture del teatro russo, il  “testo teatrale francese e Artoud” e la funzione dell’elettrochoc come incapacità della società a scindere follia e genio. Tutto in un solo anno accademico e  tutti a sentire e a cercare di scrivere correttamente i nomi, perché da Montale in poi c’era una specie di nulla fatto a forma di noia prima di accedere al corso di Letteratura Contemporanea. La sottoscritta aveva letto a sedici anni Le anime morte di Gogol durante un’estate sorrentina, e ne andava fiera, fino alla sua capitolazione in un bagno d’umiltà a diciannove, nell’onesta ammissione di non conoscere un solo poeta espressionista prima di varcare l’aula di Sovente. “Ma voi non dovete aver timore di scrivere, io sono qui, e voglio leggere le vostre cose” ripeteva quasi come un mantra ogni settimana. Ma come fosse stata mai possibile averla questa disponibilità sincera e questi continui (quasi petulanti) incoraggiamenti, me lo sono chiesta in seguito, con il cinismo della vita adulta, e  nel continuo lo rivederlo sgranare gli occhi alle domande più complicate da sopportare, rimanere fisso sul corpo per poi dondolare con le braccia ad angolo retto con un solo foglio in mano in cui c’era il testo da leggere. Molti tiravano fuori dal cassetto ogni cosa, perché, alla fin fine, era piacevole ricever così tanta attenzione, anche da un professore che non perfezionasse una tecnica artistica, perché la poesia, il testo poetico, incantava tutti, a volte c’era perfino il silenzio, che per quella banda di insurrezionalisti pittori diciannovenni era la dominazione del fuoco di un piccolo prometeo flegreo. Nel suo silenzio restava anche il non aver mai letto una sua poesia in classe.  Solo tempo dopo mi avvicinai alla sua poesie: stupefacente per me leggerle ed immaginare la sua voce che alternava latino e vernacolo partenopeo. Ma quel silenzio, forse  era un’altra delle sue cortesie, magari pensava che era troppo poco il tempo per tutto quello che doveva insegnarci, mentre “dall’altra parte del mare, si avvicendavano le nuvole“.

Grazie per essere stati a leggere, gli avrebbe fatto piacere e sarebbe arrossito. Faceva anche questo.

S. (Meth) Sambiase

I pittura

III cattedra Carmine De Ruggiero

Michele Sovente è nato a Cappella, nei Campi Flegrei il 28 marzo 1948. Poeta, giornalista, insegnante di Letteratura presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, ha pubblicato diversi volumi di poesia e vinto il Viareggio nel 1998 con la raccolta Cumae. E’ morto il 25 marzo 2011.

***

Parlo di me

con paesanimetropolitani

sempre più strani

e fuori di sé

li seguo a distanza

sono macchie

sono pulviscolo

in dissolvenza

inciampano nel pietrisco

di me parlo

con me senza tregua

allevando il mio tarlo

in curva sbandando

sbadato passo accanto

ai metropolitanipaesani

fischio e canto

loro mi guardano strani.

***

Papilio leniter it

de fenestra ad fenestram venit

albus ut ventus it

per tenebras venit

ut flatus sine

tempore venit et it.

Lèggia na palómma vò

ra na finèsta a n’ata vène

janca comm’ ’u viénto vò

rint’ ‘u scuro vène

comm’a nu sciato senza

tiémpo vène e vò.

Liberitutti – tre giorni di arte libera – Pietraligure


I tre giorni si svolgeranno dal 27 al 29 aprile, ecco il programma:

“LIBERITUTTI – tre giorni di arte libera”

VENERDI’ 27
ore 17,00 inaugurazione
ore 17,15 performance “Acqua” di CRI ECO
ore 17,30 live painting di e1kel
ore 19,00 esibizione allieve della scuola di danza Sherazade
ore 19,30 presentazione del progetto artistico-performativo “Progetto Sdraiato”
ore 20,30 “Attentati alla vita di lei”, monologo dell’attrice Sabrina Minichini
ore 21,00 reading dello scrittore Armando D’Amaro
ore 21,30 incontro con lo scultore Pietro Marchese, “La porta della bellezza”

SABATO 28
ore 16,00 reading della poetessa Antonella Taravella
ore 16,30 monologo dell’attore Jean Pierre Lozano
ore 17,30 reading della poetessa Sabina Biasuzzo
ore 18,00 lettura di poesie a cura dell’attrice Giovanna Accame
ore 18,30 “Danze d’oltremare” con Elisa Nardi e le allieve della scuola di danza Sherazade
ore 19,30 estemporanea del cantautore Sergio Pennavaria e del pittore Valerio Conforti
ore 21,00 proiezione del documentario “Amazonia 2.0”di Sandro Bozzolo, Maria Cecilia Reyes, Alessandro Ingaria, Max Chicco
ore 22,30 The Barnowls in concert

DOMENICA 29
ore 16,00 reading della scrittrice Federica Bono
ore 17,00 presentazione del libro “Anni 70, 70 racconti” dello scritore Antonio Carletti
ore 18,00 SpiderJazzDuo in concert, Leo Saracino (drum) + Alessio Trotta (bass)
ore 19,00 proiezione del documentario “Sono stato Dio in Bosnia” di Erion Kadilli
ore 21,00 indoss-animazione abito da sposa di Giulia Danese, ad opera di Chiara Enrico
ore 21,30 concerto di Alberto Luppi Musso, accompagnato dal percussionista Enrico Bovone

per tutta la durata dell’evento
MOSTRA COLLETTIVA D’ARTE CONTEMPORANEA
con opere di
Nicolò Accame – ARTEfatta lab – Elsa Barbieri – Luca Binda – Vera Bonaccini – Virginio Bottaro – Patrizia Braccioforte – Salvatore Braccioforte – Jean Paul Braghin – CansOne – Chiara Capelli – Valerio Conforti – Alice Dinicastro – e1kel – Federica Fioravanti – Giorgy Friend – Asia Gandoglia – Alessandro Gimelli – Simone Lammardo – Damiano Lutrelli – Francesco Massimino – Patrizia Morelli – Roberto Oliva – Giovanni Pazzano – Simona Ponte – Federico Rossini – Marco Vignero – Bruno Volpez

[NB il programma potrebbe subire variazioni]

Evento su FB : http://www.facebook.com/events/305985449471537/

Oltre la “malattia”, oltre la “normalità”: il viaggio obbligato di una mente sola di Valeria Vaccaro


Il ruolo del lettore molto spesso coincide con quello di interprete; una stessa storia, letta da individui differenti, susciterà quasi certamente diverse chiavi di lettura. Quando, però, ci si trova dinanzi a un libro come quello di Giulia Carmen Fasolo, non si può più parlare di libere interpretazioni; possiamo e dobbiamo semplicemente prendere atto di una realtà che, troppo spesso, si tenta di nascondere. Ciò che l’eclettica scrittrice ci propone è un insieme di fatti realmente accaduti. Si tratta del percorso di sua sorella Giusy: un viaggio lungo una vita attraverso istituti, carceri e, infine, l’Opg (Ospedale psichiatrico giudiziario) “Ghisiola” di Castiglione delle Stiviere. Come Maurizio Gradellini ci suggerisce nella Prefazione, «ciascuno di noi poteva essere Giusy Fasolo, così come lo possono essere i nostri figli, i nostri fratelli e le persone a noi care. Ciascuno di noi può assumere domani il ruolo di oppresso, non più di oppressore».

Giulia Carmen Fasolo è nata nel 1978 a Barcellona Pozzo di Gotto (Me), città nella quale vive tuttora. Si occupa di psicologia, informatica, giornalismo, multimedialità e cyber psicologia. I suoi studi e la sua tenacia l’hanno portata a distinguersi con diversi meriti: è presidente del Centro studi e ricerche di Psicologia e Psicopatologia “Sentieri della mente” e dell’associazione “Smasher”; è vicepresidente del Centro studi in Scienze psicologiche “Nuvola”; è rettore della Scuola permanente in Counseling e della Libera Università popolare del Counseling. Tutto questo a sottolineare che, pur trattandosi di una storia che l’ha personalmente coinvolta, nelle sue parole è possibile trovare spunti di riflessione di oggettiva validità.

Con l’obiettivo di dar voce alla sorella Giusy, l’autrice ci presenta un romanzo ricco di verità importanti: Da vicino nessuno è normale. Giusy e il punto di non ritorno (edizioni Smasher, pp. 54, € 10,00), con una Prefazione di Maurizio Gradellini.

La malattia… quale?

La voce narrante è quella di Giusy, che sin dai primi anni di vita sembra dimostrarsi problematica.

Uno dei ricordi più vividi nella sua mente è il comportamento violento del padre che, troppo spesso, la percuoteva con sedie, colpi di scarpa e di cintura.

Fu proprio per proteggerla dal padre, che la mamma di Giusy decise di mandarla – sin dalla tenera età – negli istituti. La lontananza dalla famiglia è un argomento centrale per la protagonista, che tutt’oggi teme di poter essere ancora allontanata da casa.

In tenera età, Giusy chiedeva spesso quale fosse la sua malattia, quella che nessuno nominava mai; non era come le sue sorelle, loro avevano “l’occhio pigro” o le “gambe malate”. Lei invece aveva qualcosa che nessuno le voleva spiegare ma per la quale tutti chiedevano se fosse finalmente guarita. Con il tempo, lei stessa arriva a una conclusione: «ho capito che la mia malattia era nella solitudine della mia mente e lì si coltivava». Quest’ultima parola deve farci riflettere più di altre. Ciò che il Dipartimento di Salute mentale del suo paese non era riuscito a risolvere, è stato indubbiamente peggiorato – e in un certo senso “coltivato” – dal percorso di due anni e nove mesi, subìto all’Opg “Ghisiola” di Castiglione delle Stiviere. In questo periodo di permanenza forzata la volontà e la consapevolezza della realtà di Giusy vengono annientate con un programma di vero e proprio contenimento emotivo. È qui che la protagonista tocca il “punto di non ritorno”. Lo stordimento provocato dalle medicine è solo uno dei terribili ricordi che tuttora albergano nella mente della povera Giusy; il suo arrivo seguito da una fiala e un letto di contenimento rendono subito note le condizioni di vita in quel luogo di paura.

Una realtà non più definita

La paura, quella che ancora accompagna Giusy, è che qualcuno possa soffrire quel che lei stessa ha subìto o, peggio, di poterlo patire nuovamente sulla sua stessa pelle. Così perdona tutti, tutti quelli che prima o dopo hanno deciso cosa lei dovesse dire, fare, pensare ma, soprattutto, subire.

Perché il perdono? Perché altrimenti qualcuno potrebbe dar loro dei bugiardi e, quindi, somministrare loro dei farmaci come era successo tante volte a lei. Le bugie di cui parla sono un altro importantissimo centro di questa storia. Infatti, in queste pagine, viene spesso sottolineato quanto fosse semplice per i medici far dire a Giusy ciò che per loro era la verità; tanto semplice quanto pesante per lei, che in breve tempo aveva finito per confondere la sua realtà con la loro, senza più comprendere quale fosse quella vera.

Riprendere contatto con la vita quotidiana e “normale” non si è rivelato affatto semplice né per lei né per la sua famiglia, che ha tanto lottato per renderla libera.

La psichiatria e il malato oggi

Quel che è certamente importante sottolineare è il tema conclusivo del romanzo. L’autrice ci spiega che non esiste una nuova psichiatria, che questa non è altro che un camuffamento della vecchia, con la semplice aggiunta di nuove congetture e nuovi farmaci… un tentativo, per i “potenti”, di redimere le proprie coscienze. Scrive l’autrice: «Perché oggi noi malati siamo soprattutto quello che ieri hanno fatto di noi».

Un libro come questo ha un grandissimo compito: denunciare una realtà che pochi osano raccontare. In questo, Fasolo ha indubbiamente trovato ispirazione; ci presenta un coinvolgente racconto, nel quale la voce narrante non perde la sua vena di semplicità quasi disarmante, pur riuscendo a farci giungere a conclusioni ben più articolate e importanti. Grazie a queste pagine, possiamo conoscere nel dettaglio una realtà che tutti prima o poi abbiamo potuto osservare o sentir raccontare. Quante volte può capitarci di incrociare sulla nostra strada una persona così detta “non normale”? Quante volte può capitarci di guardarla e provare paura, senza accorgerci che, forse, è la nostra stessa personalità a farci percorrere da quel brivido di timore? Perché in fondo, «tutti lo sappiamo: da vicino nessuno è normale».

Valeria Vaccaro : http://valeriavaccaroscrittiedoltre.wordpress.com/

(www.bottegascriptamanent.it, anno VI, n. 56, aprile 2012)

http://www.edizionismasher.it/giuliacarmenfasolo3.html

Invictus di William Ernest Henley


Nel 1861 un bambino inglese di nome William, si ammalo’ di tubercolosi: per salvarlo gli fu amputata la parte inferiore della gamba sinistra.
Aveva solo dodici anni
Sarebbe diventato un poeta e per tutta la vita avrebbe lottato contro la malattia, la menomazione e lo sconforto
La sua poesia piu’ famosa si intitola “Invictus”, non a caso..

“Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo che va da un polo all’altro,
ringrazio qualunque dio esista
per la mia anima invincibile.

Nella feroce morsa del caso
non ho arretrato nè ho gridato d’angoscia.
Sotto la scure della sorte
il mio capo sanguina ma non piega.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’Orrore dell’ombra,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto pieno di castighi il destino.
Io sono il padrone della mia sorte:
io sono il capitano della mia anima.”

ContaminArte : http://movimentocontaminarte.blogspot.it/