Paride Leporace – C’è poesia nei giornali


C’è poesia nei giornali/Intorno a Twin PeaKs

Il male è come il vento
nelle Twin Peaks
di tutto il mondo

**

Si arriva al punto che, per paura di morire, gli uomini odiano la vita.

Odiano la sua luce, si stringono all¹angoscia, si distruggono,
sembrano bambini nella notte, timorosi di ogni rumore,
di ogni ombra. Non ha limite, questa angoscia antica che li stordisce
e li acceca. Sono capaci di tradire gli amici, di massacrare
… i parenti, di compiere qualunque gesto, pur di sfuggire al suo sguardo,
pur di togliersi di dosso un po¹ di morte.

(III, 79-86)
Lucrezio mediato tra Andrea Di Consoli e Milo De Angelis

**
Paride Leporace è nato sotto il segno dei Gemelli nell’anno in cui si svolge
American Graffiti. Calabrolucano combatte le contraddizioni di due
meravigliose regioni meridionali. Nelle sue precedenti vite è stato
autonomo, punk, ultrà, rilevatore storico, critico cinematografico. Ha
fondato Radio Ciroma e il quotidiano Calabria Ora ma anche la Mensa dei
poveri di Cosenza. Pensa di essere giornalista e ancora si chiede come abbia
fatto a dirigere due giornali (attualmente il Quotidiano della Basilicata) e
ad essere per cinque anni vicario di Ennio Simeone al timone del Quotidiano
della Calabria. Collabora a Mucchio Selvaggio. Ha scritto il libro “Toghe
rosso sangue” in cui narra la biografia dei 27 magistrati uccisi in Italia.
Pubblica poesie in rete

Adrienne Rich : 16 maggio 1929 – 29 marzo 2012


 

Per i morti

Ho sognato di chiamarti al telefono
per dirti:
Sii più dolce con te stesso
ma eri ammalato e non hai risposto

Lo spreco del mio amore prosegue in questo modo

cercando di salvarti da te stesso

ho sempre pensato ai residui

di energia, di come l’acqua scorre da un colle

dopo che le piogge si sono fermate

o del fuoco che vuoi lasciare quando vai a letto

ma senza riuscirci, che si consuma senza spegnersi,

i carboni sempre più rossi, sempre più strani

nel scintillare e nello spegnersi

di quanto tu non lo desiderassi

seduto lì a mezzanotte passata

Da un atlante del mondo difficile

So che stai leggendo tardi questa
poesia, prima di lasciare l’ ufficio

con l’abbagliante lampada gialla e la finestra nel buio

nell’apatia di un fabbricato sbiadito nella quiete

dopo l’ora di traffico. So che stai leggendo questa poesia

in piedi nella libreria lontano dall’oceano

in un giorno grigio di primavera, fiocchi sparsi di neve

spinti attraverso enormi spazi di pianure intorno a te.

So che stai leggendo questa poesia

in una stanza dove tanto è accaduto che non puoi sopportare

dove i vestiti giacciono sul letto in cumuli stagnanti

e la valigia aperta parla di fughe

ma non puoi ancora partire. So che stai leggendo questa poesia

mentre il treno della metropolitana perde velocità e prima di salire

le scale

verso un nuovo tipo d’amore

che la vita non ti ha mai concesso.

So che stai leggendo questa poesia ala luce

del televisore dove immagini mute saltano e scivolano

mentre tu attendi le telenotizie sull’intifada.

So che stai leggendo questa poesia in una sala d’attesa

Di occhi che s’incontrano sì e no, d’identità con estranei.

So che stai leggendo questa poesia sotto la luce al neon

nel tedio e nella stanchezza dei giovani fuori gioco,

che si mettono fuori gioco quando sono ancora troppo giovani. So

che stai leggendo questa poesia con una vista non più bu0na, le spesse lenti

ingigantiscono queste lettere oltre ogni significato però

continui a leggere perché anche l’alfabeto è prezioso.

So che stai leggendo questa poesia mentre vai e vieni accanto alla stufa

scaldando il latte, sulla spalla un bambino che piange, un libro

nella mano

poiché la vita è breve e anche tu hai sete.

So che stai leggendo questa poesia non scritta nella tua lingua

indovinando alcune parole mentre altre continui a leggerle

e voglio sapere quali siano queste parole.

So che stai leggendo questa poesia mentre ascolti qualcosa,

diviso fra rabbia e speranza

ricominciano a fare di nuovo il lavoro che non puoi rifiutare.

So che stai leggendo questa poesia perché non rimane

nient’altro da leggere

là dove sei atterrato, completamente nudo.

traduzione Adeodato Piazza Nicolai

Savina Dolores Massa – Ogni madre di Alessandra Pigliaru



Come qualcosa
che sia rimasto fuori per errore
io vengo a visitarti, casa verissima,
dovunque.
E la visitazione è questa vita
che perde le pareti mentre avanza:
la perdita è infinita, e mi precede,
è accanto,
è alle mie spalle, e vivamente
abita nelle parole come a casa
.

[Silvia Bre – da “Marmo”]

In un’intervista del 1977 Anna Maria Ortese dichiara che scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. Come fare ritorno a casa. Come leggere. Ma scrivere e leggere, segnandone il più possibile l’attività relazionale che muove le due orientazioni, determinano il salpare dapprima da un porto conosciuto per poi riconoscere che quella scrittura e quella lettura ci somigliano, nella disappropriazione. In fondo si tratta solo di punti di avvistamento diversi, è la qualità della veggenza a renderli prossimi. È quella casa che per essere ritrovata deve essere smarrita e cercata dovunque, ancora e ancora, e che, come chiarisce Silvia Bre, perde le pareti mentre avanza. In questa somiglianza immaginifica e sensoriale si avvertono i profumi della familiarità misti ad un’assenza da noi quasi fantasmatica. Quando si varca l’uscio dopo tanto vagare si apre Ogni madre di Savina Dolores Massa, in quella feconda e impronunciabile perdita che cede il nostro passo e mantiene vivi. La scrittura di Savina è una visitazione che si rinnova di particolare grazia, non smetterò mai di ribadirlo; una grazia che inchioda alla responsabilità e alla bellezza.

Era una bambina di capricci: non faceva sogni strani, non vedeva fantasmi di seminaristi sotto i limoni, non si soffermava con gatti parlanti, non temeva il demonio e non beveva acqua santa. Non indossava scapolari, L’ho perso, e neanche credeva al malocchio.

Altre erano così, le normali.

Sei uscita strana, tu, aveva soffiato un mezzogiorno il padre dentro la sofferenza urlata da un chiodo battuto sull’incudine.

È uscita strana, quella, confidenza pomeridiana della madre a una vicina.[p. 41]

Rara è la capacità della scrittura di mettere al mondo creature fatte di carne e sangue alle quali ci si affeziona; e Savina ha questo dono, ci soffia dentro ed eccole lì con capelli neri neri, occhi spenti di stelle e bocche che non sopportano ingiustizia; è un talento che nessuna struttura indotta e imposta può colmare perché a essere messa in scena è una parte di sé, quella mancata, per agognarne la restituzione attraverso il cuore sacro della lingua. Lingua che non muore e che si rigenera ad ogni lettura. Lingua che può essere esplorata molte volte e che custodisce innumerevoli tesori, ogni volta come fosse la prima. Nel circolo di amore e sapienza c’è il desiderio di iniziare ogni cosa come se fosse l’ultima, esercizio di faticosa gestione perché indica un rischio che si crede degno di essere vissuto – lavoro profondo verticale e imperdibile. E Savina questo rischio lo corre ogni santa volta, lo ammette lei stessa quando si ha la fortuna di sentirla leggere e parlare dal vivo; lo fa intuire con la potenza e la sincerità di chi sa che la scrittura ancor prima di una professione condizionata dall’editoria è una scommessa di sopravvivenza, una postura resistente, un tentativo di strappare giorni all’assenza, un antidoto contro la soppressione del sé. È forse anche per questo che il percorso poetico-letterario di Savina Dolores Massa è tra i più interessanti e originali oggi in Italia.

Dopo aver conosciuto Maddalenina, protagonista del suo romanzo precedente Mia figlia follia, non si possono non notare le assonanze con le figure di donne che abitano le pagine di questa nuova raccolta di racconti. Una narrazione esatta che si muove tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento in Sardegna ma che si avverte tutta in presenza nel qui e ora come se varcando quella soglia domestica le si potesse incontrare toccare e addirittura ascoltare in tutta la irrinunciabile afasia della loro lingua materna. E sono proprio gli occhi di ogni madre i primi a guardarci frontalmente e a intimare di fermarci per riscoprire il carattere e il guadagno della cura.

Insieme ad un’ospitale filonzana della memoria – in piedi nel telaio della storia – prima di curvarsi per mostrare il filo del destino, proprio lì nella cruna di un tempo altro che ci appartiene, incrociamo donne di diverse età che si accompagnano si scontrano e si riconoscono vicendevolmente e che raccontano di come sia complicato esprimere affetti gesti e contraddizioni, di come sia doloroso vivere in un mondo che conosce la vendetta la guerra e la soperchieria come cifre del reale, di quanto si debba sacrificare in nome del contrappasso della storia. Queste donne tenaci e mortali non sono di nessuno e vivono nella diroccata epoca che passa e che miete i propri semi anche nelle terre sarde, senza falsi idoli o illusioni di redenzione terrena.

Quelle terre gridano anche loro che non sono di nessuno.

Nel passaggio d’età molti sono i nomi che Savina ci ricorda. Si tratta di un popoloso sottobosco di grembi gravidi e spesso asciutti, di padri e mariti vedovi che sperano in una inutile resurrezione, di figlie che riscoprono il doppio volto dell’acqua e del cielo dentro di loro. E poi ancora di unghiette di neonati simili a quelle di gomitoli gatteschi. Lo stesso oblio, al fondo,  nell’amoroso sguardo. E un silenzio vociante, come un tonfo di pietra a ripetere Chischedda Maria Giustino Anna Sofia Liccu Salvatore Itria Lucia Annamaria Pissenti Arròsa e tutto il corredo commovente e coraggioso delle pagine di Ogni madre.

Una scrittura che si mette a repentaglio nella propria interezza non può che meritare una lettura altrettanto generosa, perché alle promesse definitive come quelle di Savina si risponde solo occhi negli occhi con la consapevolezza e la gratitudine di un incontro che non si dimenticherà facilmente.

(alessandra pigliaru)

(la foto della copertina è di Ico Gasparri)

Alessandra Pigliaru : http://gliocchidiblimunda.wordpress.com/

Ico Gasparri : http://www.ichome.it/

Presentazione opere per liberitutti – tre giorni di arte libera


Ricordiamo a tutti gli artisti interessati a partecipare a “liberitutti – tre giorni di arte libera”, che si terrà nei giorni 27,28 e 29 Aprile 2012 a Pietra Ligure (SV), che il termine ultimo per l’invio del materiale da visionare è l’8 Aprile 2012.

Qui di seguito le modalità di presentazione delle opere:

  • Pittura, fotografia, scultura:

Gli artisti interessati a partecipare alla mostra dovranno mandare le foto delle opere che intendono sottoporre con relative misure, titolo e descrizione delle stesse entro e all’indirizzo email officinecreative.info@gmail.com

Se disponibili ad eventuali performance dal vivo, indicare anche la data e l’eventuale orario in cui si è disponibili, nonché una stima indicativa dello spazio necessario alla realizzazione dell’opera.

  • Poesie, racconti brevi:

Gli artisti interessati a partecipare alla mostra dovranno inviare un file in formato word, txt o odt) contenente le poesie (max 3) o i racconti brevi (max 3 cartelle) che intendono proporre all’indirizzo email officinecreative.info@gmail.com

Se disponibili ad eventuali reading, indicare anche la data e l’eventuale orario in cui si è disponibili.

  • Piece teatrali, performance:

Gli artisti interessati a partecipare alla mostra dovranno inviare una descrizione dello spettacolo che intendono proporre eventualmente corredato da fotografie e/o video relativi allo stesso, nonché una stima indicativa dello spazio necessario alla realizzazione all’indirizzo email officinecreative.info@gmail.com

Si prega di indicare anche data e l’eventuale orario in cui si è disponibili.

  • Arti audio-visive:

Gli artisti interessati a partecipare alla mostra dovranno inviare una descrizione dell’opera che intendono proporre e, se possibile, una copia dell’opera stessa o di parti di essa all’indirizzo email officinecreative.info@gmail.com

  • Musica:

Gli artisti interessati a partecipare alla mostra dovranno inviare un breve curriculum artistico nonché 3 file mp3 all’indirizzo email officinecreative.info@gmail.com

Si prega di indicare anche data e l’eventuale orario in cui si è disponibili.

Ogni artista, oltre alla documentazione relativa alle proprie opere, è pregato di inviare anche un breve curriculum e una sua fotografia.

Grazie

 

Associazione Officine Creative : http://associazioneofficinecreative.wordpress.com/

DAGHERROTOPIA. IL LUOGO DELLA PAROLA RIPRODUCIBILE


Gabriella Gianfelici

“M’incammino. Nelle vicende umane ogni gesto ha valore”.

Gabriella Gianfelici usa segni diversi per sfociare nel mare di vita che inghiotte: versi, prosa, pensieri, talora qualche fotografia di un paesaggio reso ultraterreno per un bianco e nero saturato. E’ “assetata di conoscere, così affamata di sensazioni vere“; e la nutrizione dello spirito deve necessariamente essere lineare e concreta, il percorso della parola, non devia al di fuori di richiami irreali

“Sfoglio le carte dei segreti

e li annullo. 

Rintraccio impetuosi fantasmi 

cancello deboli nostalgie

e annullo lontananze e tempo“.

Perché non c’è tempo, la necessità di elaborare il vissuto, così aperto verso il tu, il noi, l’altro,  riempie l’angolo della vita, sovrappresentandone storie e memorie, affinando la grana dei sentimenti vissuti, attraverso gli incontri mai causali ma fortemente fatti coincidere con la volontà finanche all’entrata nel dolore, forse speculare del proprio, ma non necessariamente.” Ma anche vorrei “entrare nella storia”, partecipare alla mia maniera al mondo e dire la mia, e allora le parole sono importanti perché definiscono poteri, valori, e sviluppi umani, e successivamente, a seconda della loro formulazione, diffondono questioni vive; amo cercare un senso ulteriore alle cose, non solo quello che è contenuto in un principio, come una scatolina che già ti porgono incartata

La memoria dell’Altro è un dono, un terzo occhio che si raffina laboriosamente nello spazio dove l’Io e il Tu si sono già incontrati con empatia,

un sentiero

un luogo per vincere, per vincerci. 

È qui è quello da dove partiamo.

La terra vuole ciò che lo spirito sogna” anche se  per esserne consacrata a quello spirito pieno di ogni vita bisogna indossare (anche) le gramaglie e i pianti: è il prezzo del ricordo puro.

I dialoghi sui ricordi sono la “cassacuore” del libro “Lo spazio vuoto“. Il “mancante” sono paesi, corpi, persone. L’assente è colei che ha già lasciato il mondo reale,   ma il suo passaggio terrestre non è andato a vuoto perché “E’ giunto il momento di narrare una storia, una storia senza un luogo preciso e neanche un tempo preciso: la storia dei sentimenti non ha tutto questo, si vive e poi si narra“. E le “presenze” sono tragiche, marchiate in una sequenza di malinconia nobile che non si annulla nel lutto, ma cerca un ordine in cui riunire i frammenti dell’elemento spirituale che è sopravvissuto, di cui l’essentia diviene memoria vitale.

Sei con me quando ti penso, cara, mi ha fatto bene rivedere i tuoi luoghi, respirare l’odore della tua casa e della tua terra, mangiare le verdure del tuo orto, bere il tuo vino e comprendere, fino in fondo, quanto sei stata importante per me. Cecilia, la vita si modifica, ma non l’amore che hai saputo donarci, il tuo ricordo non è un ricordo di tristezza ma di vita, di ricerca e di amore“. Nella catena delle ricordi che sono già storia, si alza come  un altorilievo emozionale l’anello fatto a calvario della piccola Fosca.  Il saluto finale per lei è  in versi:

Mi hai prestato i tuoi occhi per guardare

il tuo dolore accecante.

In cielo le nuvole erano bianchi velieri

 e abbiamo sognato: sogniamo. 

Ti ringrazio, Fosca, 

piccola poeta, 

poetina,

il tuo parlare e il tuo sorridere 

saranno eterno vagare 

d’incertezza e di amore 

e mi ricorderanno 

le origini e la fine 

i deserti e il mare: 

il tuo vento mi aiuterà 

per altre notti che verranno“.

Altri versi sostano nei libri  “L’angolo della vita” e “La notte innocente”. Il  versificare di Gabriella Gianfelice è limpido, perché la parola è preziosa come diamante, “ora questo pensiero te lo dono come anello” avrebbe scritto per lei Ilarie Voronca, suggerendo d’ incatenare la parola nel suo nitore imprescindibile,  perché essa è (ancora) imperativo,  deve narrare.  Ogni strofa ha conquistato la superficie del foglio e non la può sprecare. La scrittura non è un fluido benigno che scorre in visioni misurate da strutturare. La scrittura per la poeta (la definiscono così nelle varie introduzioni dei suoi libri, nda) è un demone, da esorcizzare con la forza di uno spirito che non angelica il reale ma lo contrasta accontentandone i suoi bisogni. Perché il bisogno della parola è una forza naturale dannata, che pungola la mente e la mano che deve liberare la sua voce finché non ottenga la vittoria; e se viene sedata nel giorno, la notte esonda e costringe all’insonnia fin quando il poeta se ne libera, rimarginando il tempo con la ricerca dei versi, del verso, fino all’ultima parola del fare poetico. Gabriella lo pubblica e lo racconta il riordino dell’insonnia, e qualche altro “indemoniato”  rinascerà nella suo foglio pacificato: “i pensieri di chi ama scrivere si affacciano, parlano o mimano situazioni, eventi, desideri… è allora che occorre alzarsi nel mezzo della notte, come un guardiano di un garage pronto ad aprire una saracinesca nel buio, perché l’illuminazione avviene quando non si cerca un concetto, ma si lascia che l’idea si palesi“. I sui versi non pongono resistenza alla vita, ci dialogano dentro, cercano un punto di comunione per pacificarsi con essa; il corpo si apre alla solitudine per raccontarsi ma non resiste senza l’altro, difatti,  molti lavori di Gabriella sono dedicati. La notte è innocente perché le sue colpe erano esigenti scritture da mondare,

Celebro

in mezzo a questi canneti

un canto assoluto più alto della speranza. 

L’estrema gioia e l’estremo dolore 

sembra attingano a una forma pura, 

a un tempo così ricco di essenza

per consumare

sale 

speranze e bufere”

e ancora

“Non vedo immagini 

non odo alcun suono 

fedele a me stessa 

a quel sogno nato 

non nel riposo notturno 

ma in veglie di dolore:

un dolore 

che non sapevo piangere. 

L’assenza, la lontananza, 

nulla inaridisce”. 

L’ultimo lavoro di Gabriella Gianfelici è l’antologia “Unanimemente”, antologia di donne per le donne. A  WSF, ha regalato un inedito, “ma mi raccomando – mi ha spiegato in privato – mi raccomando: ci tengo moltissimo“. Il lavoro poetico è dedicato: non poteva esser diversamente, per Gabriella, ci sono troppe storie ancora da narrare.

BALLATA PER FADWA TOQAN   E   JOSE CRAVERINHA

di Gabriella Gianfelice

A volte

la fiammella accompagna la mia notte

un vezzo

perché io ho luce

accanto a me

e penso a voi

poeti di luce

che luce non avevate mai.

A volte

la fiammella accompagna la mia notte…

ma cercami ancora tra le cose

che per amore si danno

e che per amore si prendono

nel tramonto sanguigno

e nelle nubi sempre in rivolta.

A Fadwa

che da Nablus

non andò mai via

e a Josè

che morì

nello stesso letto di sempre.

Lottare con le parole dicevi

e con l’esempio

scacciare violenza e potere.

Tra le pieghe

di un minuto disfatto

il canto della cicala

le viole il tamburo

il sorriso di chi

non conosco.

Tu, Josè,  dicevi

cercami tra le cose

che per amore si danno

e che per amore

si prendono.

Fadwa

raccontava negli ultimi mesi

di non avere carta e penna

macerava dentro sé immagini

e ferite.

Josè scriveva il dolore della schiavitù

della tristezza

dei canti meravigliosi

con cui i suoi amici lo accoglievano.

Il perdono non è per dimenticare

dicevi

è per vivere giorni nuovi.

Cercami tra le cose

che per amore vivono

e che per amore

si donano.

Maputo è bella

diceva Josè

e intanto scriveva le sue storie

mostrando vividi occhi:

così vorrei  i poeti io

sognatori della realtà

senza soffocare il tempo per vivere.

Inediti di Fernanda Ferrareso


Inesplicabili suoni

tutte le città e i sentieri nei boschi
i solchi nella sabbia le orme degli uomini le voci
delle cose le grida e il canto di tutti gli animali
il fruscio del vento sotto le ali degli uccelli il fiato
che intesse le parole che pronunci
il pelo folto della volpe  il rosso  nascondiglio
di un dente  il volano della ruota di un pavone
il sonnecchiare fiorito dei cespugli di acanto i mattini di giugno
che per le strade in ombra disperdono un impercettibile profumo e tutto
tutto è un prontuario d’impronte del cielo piovuto sulla terra
ai tuoi piedi mentre scendi inconsapevole da luoghi di pietra e famigliari disguidi
affannandoti a ripescare un nome uno soltanto
nella miriade di voci che quel dolce profumo come aghi
ti punge e il cuore di un prodigio
si approssima chiamandoti e tu  allora desideri
e vorresti  possederlo
ma non sai dire
quel nome e non sai dare  memoria
come il tuo sangue preciso sa scindere in polline e fragranza
per sentieri di regioni sconosciute
incontrando ancora una volta se stesso
affinché tu lontano
in quel reticolo di separazioni
ti approssimi ad altri luoghi nel tempo
che ti fiorisca nella mente un sinonimo
un vocabolo per quest’attimo d’infanzia che non godi
come fu la prima volta quando tua madre porgendoti
quel fiore pronunciava il suo segreto
dentro la tua gioia di toccarlo senza necessità di capirlo
per qualche malattia dell’infanzia oscurata alla tua memoria
in stanze di silenzio loro erano rimaste raccolte in spighe chiare
e dopo tante mattine e inutili risvegli e viaggi e corse
e notti di vagabondaggio per mare  per terra
nascondendo a te  te stesso tra le stelle del tuo deserto
un mattino appena sceso dalle scale ti sei inceppato in quel profumo
appena sostenibile all’olfatto
e ti sei perso in desideri di altre notti d’amore
in cui nulla nemmeno un istante era uguale all’altro
e lievi dalle prigioni dei sensi si sono liberati i moribondi
rinchiusi nel profondo di te stesso
finalmente spalancato in queste folate di memoria viva
E tutto l’oggi hai dovuto dimenticarlo
per fare posto al sangue
che si apriva in sguardo e gesticolando si faceva nei tuoi occhi
tua madre e il suo rarissimo sorriso
senza più un nome preciso da invocare
se non quel te stesso ancora in giro
ora che per la prima volta ti senti accanto tutto l’universo
e ti sorga dentro
nel centro di quell’esca odorosa
la prima parola di un altro giorno
verso cui ti muovi ancora.


Nudo…

Nudo    da scrivere  con il sole della lingua
quando ormai  l’inverno è l’unica stagione

bello
un corpo temporale
un nudo divino da immolare

sotto gli  sguardi di tutti quelli
che stanano il mondo senza sapere cosa sia
caduco

nudo impresso di segni e segnali
sempre  temuto e tenuto al guinzaglio del sesso
come se niente
.
fosse personale e intero eros
o intatto uno sguardo per vedere dove si perdono le cose
tutte le cose anche il sole venuto  a toccarmi sulla spalla
.
mentre mi spoglio di tutti i desideri
nudo  scritto a rovescio sulla schiena
volato così in alto per  cadere poi sulle proprie caviglie

con giunture nei tabloid
un nudo tascabile per toccarvi la sete di quanto ci si vieta
la voglia di trovarsi

nello stesso assurdo modo
in cui si evolvono le cose
montate nella testa dentro un vuoto di potenza

se fossi come te  senza niente da aggirare
allora sarei stata di carta
un nudo seduto dentro la fine dei sentieri

uno svincolo o uno scivolo continuo tra volere e volare
così in alto per poi cadere
così in basso dove stanno i segni di amore

gl’inviolabili violati disegni
di amore una  luce  sbirciata dentro il palmo della mano
nel cielo calpestato di un piede

un nudo fatto coi pezzi di ogni nostra follia
un prezziario dei conti fatti a mente mentre si viene l’uno verso l’altro sdraiati
sul pavimento stretti tra le braccia del giorno e i sogni nel cassetto

in una casa nuda
dove non abitiamo più.

*

                                   “non alla pietra tocca fissare il suo posto, ma al maestro che l’ha scelta”.

L’annuncio a Maria, Paul Claudel

questo facevo da ore che mi sembravano secoli
mi versavo sui  piedi la sabbia
mentre l’acqua  dell’ombra
lambiva intorno  ogni cosa
e non vedevo in manovra  lo spazio
del mondo solo i miei piedi ad una estremità dello sguardo e
le mani chiuse attorno al bagaglio
un dettaglio in cui stava l’incommensurabile
il getto d’infinito
grano per grano catturato
in quella palpabile  sostanza.

Biografia

FERNANDA FERRARESSO- fernirosso

Nata a Padova nel 1954, laureata in architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, si occupa di progettazione architettonica, arredamento, grafica e design,ama tutti i generi di espressione d’arte. Docente presso il Liceo Artistico e Istituto d’Arte Pietro Selvatico di Padova, dopo un lungo periodo di insegnamento presso il Liceo Artistico di Rovigo in cui ha stretto amicizia con Marco Munaro iniziando una collaborazione con lui in più progetti ( La Bella Scola, Herbert, La memoria e i suoi giorni). Ha svolto ruolo di coredattrice all’interno del gruppo di VDBD, il blog, ed è presente con suoi articoli nella rivista on line dello stesso gruppo.Ha pubblicato suoi testi in alcune raccolte di Aletti editori e, da poco, con i tipi della Lietocolle editore nell’antologia curata da Anna Maria Farabbi Luce e notte. Ha partecipato ad alcuni concorsi vincendone (Rabelais 2006 e 2007) e/o posizionandosi nella rosa dei primi dieci (Premio Teramo per un racconto 1998). Per i tipi de Il Ponte del Sale ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie dal titolo Migratorie non sono le vie degli uccelli. (2009) e ha partecipato alla lettura dei primi nove canti del Purgatorio, proponendo un attraversamento del canto VIII, nella raccolta Ombre come cosa salda.

Responsabile e curatrice con altri autori del blog http://cartesensibili.wordpress.com

Il suo blog personale è:  http://fernirosso.wordpress.com